Italian poem
Febo s'infiamma, e rimenando il giorno
Febo s’infiamma, e rimenando il giorno Via più la terra incende; Forse inasprirsi dal Leone apprende; Con cui girando il Cielo or fa soggiorno; E vola fama intorno Che per te la partita omai s’appresta; Che vaga di bell’erbe, e di bell’onde, Vai dove si diffonde Domestica ombra di real foresta. Va gloriosa; e vago april de’ fiori Al prato si rinnovi, E dove il piè riposi, e dove il movi, Sian per servizio tuo grazie ed amori; Ma se le Muse onori, Sicchè lor voci d’ascoltar non sdegni, Teco avrai di pensar grave cagione, Perchè in selva s’espone Ammirabil bellezza a’ rischi indegni. Non giovò, ch’a fuggir mettesse penne Per la foresta oscura, Che dall’ingiuria altrui sol fu sicura Dafne allor ch’in fuggir pianta divenne; E poichè non ritenne Il piè fugace, che l’umíl lusinga Ella sprezzò dell’amator selvaggio, Per cessar grave oltraggio, In canna fral si trasformò Siringa. Le rose, onde sua guancia era vermiglia, Pelle coperse irsuta, E per lungo martír fera venuta, Orsa si fe’ la Licaonia figlia; Or quinci esempio piglia, Reina, e questi detti in cor ti serra; Vampa d’estivo ardor sì non t’annoi, Che ’l Sol degli occhi tuoi Qualche Re, qualche Eroe sospiri in terra. Se quest’alma Città per lei s’adorna, Non le tôr tua presenza; Priva del tuo splendor, saria Fiorenza A mirar come un Ciel, che non s’aggiorna; All’ardor che ritorna, Picciolo spazio è conceduto; omai Sento Febo piegarsi a mia preghiera E dall’alta sua sfera, Almen per te verran giocondi i rai. Donna, non ammirar, non sia schernito, Ma trovi il mio dir fede, Che, da che volsi verso Anfriso il piede, Ha Febo il mio pregar mai sempre udito; Allor ch’io mossi ardito A forte celebrar gli affanni e l’armi E l’Italia illustrar d’immortal fama, Egli appagò mia brama, Nè di sua grazia scompagnò miei carmi. Quinci valsi a fermar cerchio lucente Sul crin de i gran guerrieri; E fra cotanti appariranno altieri Quei, ch’al fianco li stan tanto sovente: Arse poscia mia mente Desio di celebrar tua gran beltate, Segno a mortale arcier troppo sublime, E pure impetrai rime Per lei non vili alla futura etate. Di qui sicuro, che mio dir non gisse Infra l’aure negletto, Febo pregai, ch’al suo gentil cospetto, Mentr’egli è col Leon, non apparisse; E sorridendo ci disse: Guarda se drittamente i preghi hai sparsi, Fedel mio, che procuri? o che desiri? Vuoi tu, ch’io sol non miri Beltà, che sola al Mondo è da mirarsi? Ch’io non m’affisi nell’amabil volto, Ogni tuo studio è vano. Duolmi quando nel mar da lei lontano Per la legge fatal mio carro è volto. Ben tuoi desiri ascolto, Per modo tal, ch’io temprerò mio lume, Sicchè dolci per lei fiano i miei rai. Così diss’egli; e sai, Che degli Dei mentir non è costume.