Italian poem
Fra cotanti peccati, ond'io vo carco
Fra cotanti peccati, ond’io vo carco, E par che non mi gravi il giogo indegno, Qual far si potria segno Dirittamente di mie rime all’arco, Se non Maria, che giù nel mondo infermo È saldo scudo a i peccatori e schermo? Strano a pensar, che i sempiterni inviti, Perch’egli erga le piume al ciel stellante, L’umano ingegno errante Ognor lascia tra l’aure andar scherniti; E vago l’uom di tenebroso albergo Volga a’ regni del Sol mai sempre il tergo. Qual se con Orïon squadra ventosa L’ampie dell’oceán provincie infesta, Atroce aspra tempesta Fa seco imperversar l’onda spumosa: Tal oggi l’universo altri discerne Alto agitarsi da procelle inferne. Pronte a sprezzar, pronte a schernir le genti Ogni freno, ogni legge, al Ciel fan guerra. Non ha pur uno in terra, Non ha pur un, che del gran Dio rammenti: E nelle colpe immersa oltre misura Se stessa ogni alma più che smalto indura. Musa, che dal Parnaso in cielo ascesa De i più vivaci fior ti fai corona, Deh di’ come non tuona Dal Trono eccelso la Giustizia offesa? Chi sull’Olimpo a raffrenare è forte La man zelante, onde gl’iniqui han morte? Le sacre braccia, che fanciul portaro Lui che gli eterei campi empie di stelle, Le sacre alme mammelle, Che in terra il mar della pietà lattaro, Maria discuopre, ed al Figliuol sospira, E quinci il placa, e quinci il toglie all’ira. Malnati noi, se al suo pregar profondo Non s’addolcisse il gran Tonante irato! Ah che oggi arso e infocato, Qual Pentapoli già cadrebbe il mondo, E scosso e sparso e sottosopra vôlto, Tra nembi e lampi ogni mortal sepolto. Dunque, o Gentile, o pur che a sera i crini Si terga il Sole, e giù nel mar discenda, O che coll’Alba ei splenda, Avvocata sì grande il Mondo inchini: Ognuno i voti, ognun raddoppi i prieghi Che sua possanza a nostro scampo impieghi.