Versos Italian Gabriello Chiabrera Fama, che d'auree piume

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Fama, che d'auree piume

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Fama, che d’auree piume Tutta guernita il tergo Di non fermare albergo Hai per fermo costume; Te non torbido fiume, Te non mar procelloso Co’ fier muggiti arresta; Ma su giogo nevoso, Ma tra folta foresta Vai pronta, vai leggiera Eterna messaggiera, Con occhi vigilanti Trasvoli notte e giorno; E canti d’ogni intorno Con lingue di diamanti; Canti de’ gran regnanti, Canti del vulgo scuro: Nè mortale accidente Da’ tuoi canti è securo; Pur via più vivamente Disveli i varj ardori Degli amorosi cori. Che Medea tanto ardesse A’ raggi di Giasone, E che sul vago Adone Idalia si struggesse; Ch’Ippomene giungesse La fuggitiva amata, Tu ci racconti; e conti Semele fulminata; D’Ermafrodito i fonti; L’Augel Ganimedeo; E ’l corso Aretuseo. Divulghi a meraviglia Pietate e feritate E pregi di beltate Begli occhi e belle ciglia: Ma s’altri a mirar piglia Per l’amorosa istoria Chiusa nel tuo bel canto, Non sente far memoria Dell’ammirabil vanto, Che ’n amor più si prezza, Cioè vera fermezza. Nel petto al grande Alcide, E di Teseo nel core Fior di sì fatto amore Non mai per te si vide: Via meno il fier Pelide Fatto amator godea Titolo tanto egregio; Ma se per sorte, o Dea, Esempio di tal pregio Hai di veder desío, Mostrarloti voglio io. Io d’un volto sereno Almo splendor mirai, E da sì cari rai Tutto avvampommi il seno: Nè che venisse meno Ivi l’accolto ardore, Il valse a fare orgoglio; Nè sdegno, nè rigore, Nè forza di cordoglio, Ne sforzo di martíre, Nè vïolenza d’ire. Emmi sì caro il foco Di sì somma bellezza, Ch’io sostengo ogni asprezza Come soave gioco: Ognora in ogni loco Tanta beltà vagheggio; Se sorge il Sol dall’onde, Nell’Alba io la riveggio; E s’ei nel mar s’asconde, Nel sen dell’aria oscura Cintia la mi figura. In fresca aura che mova, In vago fior di piaggia, In pianta aspra selvaggia Il mio pensier la trova, Ed invan si riprova Novo arco, e novo dardo Farmi piaga amorosa; Che nebbioso ogni sguardo, Ogni guancia rugosa, Ogni chioma canuta È per me divenuta. Vile ed ignobil merto Cui non si dà mercede Per sempiterna fede, Meco non fia per certo: Veggano il fianco aperto Gli occhi che mi feriro Fin che rimango in vita; E l’ultimo sospiro Dell’estrema partita Col nome tuo s’invii, O fin de’ miei desii.