Italian poem
Ecco su base, che d'ingegno altero
Ecco su base, che d’ingegno altero Ornò Scultore, a Prasitel sembiante, Di fulgido metal, quasi spirante, Frena il gran Ferdinando alto destriero. Se qui rivolge, trapassando il guardo Stranier, che prove memorabil pregi, Ei fia d’imprese e di pensieri egregi Verace istoria a rinnovar non tardo. Astrea ben culta, ed all’amabil Pace Cerere aggiunta, e di pietate esempi, Di trionfanti insegne ornati i Tempi, Ed ingombro d’orror l’orribil Trace. Ciò rimirando nell’immagin, parmi Del Signor nostro ad ora ad or narrarsi Per nobil turbe; onde è ragione alzarsi Ad alme eccelse e fusi bronzi e marmi. Ma se d’irato ciel turbine oscuro Gli aerei campi risonando scuote, Se d’atri nembi orrido tuon percuote, Quale a tanti furor bronzo è sicuro? Dunque in Parnaso alla più forte incude Stancando il braccio riversiam sudori, E facciasi opra d’immortali onori, O buon Riccardo, ad immortal virtude. Vaghezza ardita non mai sempre è rea; Affretta il piè su per l’Aonie rive, E fa sonar fra le Castalie Dive Sovra del nostro Re cetra Dircea. Quando egli afflisse i più remoti Eoi, Tu la temprasti a rischiarar suo vanto; Non ti stancar; che non ignobil canto E sol conforto de’ veraci Eroi. E non indarno; i più sublimi affanni Cascano in cieca notte al fin sommersi, Se chiara lampa di Meonj versi Non rasserena il folto orror degli anni.