Italian poem
Gravissimo stupor l'anima piglia
Strofe. Gravissimo stupor l’anima piglia, Quando volgo il pensiero Al faretrato Arciero, Che accettar giogo femminil consiglia; D’una guancia vermiglia Ei suole armarsi, ed indi avventa ardore, Alle cui vampe incenerisce il core. Antistrofe. Ei quanto appare il Sol di caldi pianti Bagna l’altrui pupille; Nè mai notti tranquille Dal fiero suo rigor dansi agli amanti: Impallidir sembianti, Mandare infra sospir querele sparte, De i seguaci d’Amor chiamasi l’arte. Epodo. E pur dovunque ei sprona Ciascun corre veloce; E s’ascolta sua voce Via più, s’ei mal ragiona; Di ciò lungo Elicona Non si favella in vano Dalle Castalie Dive; Ma cantiam ciò che scrive L’Euterpe del Giordano. Strofe. Per la bella Tamar giunse a tal segno Già di Davidde il figlio, Che con brutto consiglio Fece alla Verginella oltraggio indegno; Quinci per fier disdegno Strane cose Absalon rivolse in petto; Chè all’uomo il vendicarsi è gran diletto. Antistrofe. Chiama l’oltraggiatore a regia mensa; E tra gioco e tra riso Ivi lo lascia anciso, Misero lui! quando via meno il pensa. Nube di doglia immensa Allor coperse di Sïon la reggia: Tanto costa il fallir di chi vaneggia. Epodo. Cor mio, non bene accorto Se dài le vele al vento, Ti sferri in un momento; Volgi la prora al porto. Qui per nostro conforto, E per comune esempio, O Clío, versa tesoro, E di Greco lavoro Sorger facciamo un tempio. Strofe. Ivi il bel nome a rimembrar famoso Di Cecilia si scriva: Ammirabile Diva, Che alla verginità chiamò suo sposo: Ei non punto ritroso, Vinto da quel parlar, credenza diede, E de i regni del Ciel si fece erede. Antistrofe. Dunque in terra fra noi, Santa gradita, Sovra ogni altrui memoria, Bel cantor di tua gloria Voce non formerà, che sia schernita: Tua virtute infinita Non sfavillò tra’ solitarj campi; Fra sette colli ella vibrò suoi lampi. Epodo. I giocondi Imenei Quivi altera sprezzasti; Quivi forte atterrasti L’onor de i falsi Dei: Immortali trofei Contro acerbi tiranni Quivi sublime ergesti, Quando a morte corresti Sul fior de i più begli anni. Strofe. E di tue membra, cui furor d’inferno Lasciò spente e piagate, D’Urbano alta pietate Quivi già prese a far nobil governo. Cerio è consiglio eterno, Che da’ chiari fulgor del tuo gran pregio Non si scompagni questo nome egregio. Antistrofe. Ecco novello Urbano, a cui non gravi Giungon oggi tue lodi, Anzi i Tebani modi Onde io t’adorno, o Santa, ha per soavi, E dell’eteree chiavi Gran possessore, onde celeste ei regna, A te devoto gl’inni miei non sdegna. Epodo. Chi fra le selve ombrose, Chi mi pon sulle cime Di Castalia sublime Al vile vulgo ascose? Colà più scelte rose, E gigli più prezzati Intreccerei sovente, Per farne umil presente A i piè tanto adorati.