Italian poem
Melpomene, di fior sparsa le gote
Melpomene di fior sparsa le gote, E di neve il bel seno, Su l’Argivo terreno Già si fe gioco di volubil rote, E per lo campo Eleo forti cursori Già travagliaro il piede, E corona si diede Allo studio gentil de’ lor sudori; Certo a ragion, perche virtù s’avanza Ove ella di mercè prende speranza.
Ora su l’Arno a gioventù, che spande Sudore in giochi egregi, Melpomene quai fregi Deh dimmi, e quali si daran ghirlande? Io così dissi; et ella indi rispose: Porgi gl’orecchi attenti; Io con giocondi accenti Cose dirotti al vulgo vil nascose; Poi su cetera d’or la bella Diva Rosate labbra a queste note apriva.
Tempo già fu, che per li monti errante, E per le Frigie selve Guerreggiator di belve Un rapido garzon movea le piante; Ben largo il petto, et allenato il fianco, Bruni gli sguardi, e vivi, E per li campi estivi Tinti alquanto gli avorij, onde era bianco Il nobil volto; et avea d'or le chiome; Acero per ciascun chiamato a nome.
Per sua beltà nelle foreste d'Ida Cento Ninfe penaro, Ma d'incendio più chiaro Arse le vene, e si distrusse Elvida; Nè fu scarsa di pianti, e di lamenti; Anzi preghiere offerse; Ma pur tutte disperse Quello indurato cor lasciolle a i venti; Onde ella al fin del cacciator crudele Fece con Berecintia aspre querele.
Poi che 'l soave fin de' miei desiri In tutto si dispera, E con un cor di fera Perdono suo valor pene, e martiri, Veggane almen vendetta; alma Cibelle, Se mai per Ati ardesti I tuoi furor sian presti Per me fedele in fra tue note ancelle; Flagella tu lo smisurato orgoglio, E verrà meno acerbo il mio cordoglio.
Così disse ella; e giù dal viso adorno Caldi pianti disciolse; E Cibelle raccolse L'afflitte voci, e vendicolla; un giorno Acero in selva dava caccia ad orso Terribile, feroce, Et ecco il piè veloce Piantasi in terra, e gli vien meno il corso; E verdi rami gli si fer le braccia, E rozza scorza gli adombrò la faccia.
Or di tal pianta, e che tra voi già nacque D'uom forte, e si robusto Par, che fregiar sia giusto I vostri atleti; e quì sorrise, e tacque; Onde io trascorrerò con le man pronte Per la selvaggia sponda, E della bella fronda Giovani altier v'adornerò la fronte; Poi che del tronco istesso anco guernite Il nudo braccio, ove a contesa uscite.
Con piccol premio lusingando onora La mortale fatica Clio, che di cetre amica Sù le spiagge febee fa sua dimora; Ma COSMO, la cui luce alma rischiara D'Italia i bei sembianti, I cui fulgidi vanti Anco l'Invidia a riverire impara, Di cui poggiano al ciel pensieri, e voglie Largo dell'oro arricchirà le foglie.