Versos Italian Gabriello Chiabrera Poichè al vivere uman stame sì forte

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Poichè al vivere uman stame sì forte

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Poichè al vivere uman stame sì forte Non apprese a filar la man di Cloto, Che non lo rompa insidïosa morte; Dato almen fosse in sorte, Per consolarne la caduca gente, Che uccidere a suo grado Non fosse, ahi lasso, la crudel possente; E non desse battaglia a gioventute, Quando suol coronarla alta virtute. Ah crudeltà! mirar, quando si apriva, Bel fior troncarsi, e traboccar sommersa Nobile nave in sul partir da riva: Io per addietro udiva, Con forte cor questo decreto eterno; Nè piangea, che ria falce Far potesse di noi strano governo; Or da me tal fortezza io non impetro, Te mirando, o Virginio, in sul feretro. Quale cagion di lagrimar vien meno Agli occhi nostri? O qual più dar consiglio Scusa gentil di non bagnare il seno? Egli, arricchito appieno Nell’auree vene del gentil Liceo, E bevve al puro fondo L’onde sacrate del Giordano Ebreo, E di Sionne in cima, alto paese, De’ sacri detti i più riposti apprese. Or di tanta virtù pregi infiniti Per noi sperati, ed al suo nobil merto Cotanti onor promessi, ove son iti? Trenta non ben forniti Volgimenti di Sol l’han posto in terra; E quel, cui giù nel mondo Par non rimane, un breve sasso il serra. In polve son tornati i nostri vanti, Ed occhio fia che non sen vada in pianti? Pianse Tetide bella il figlio spento, E nel cordoglio sospirando trasse Fuor degli umidi mondi il piè d’argento: È giusto il mio tormento, Ella dicea, son giusti i miei martiri; Nè punto mi rincresce, Che tutto l’universo oggi il rimiri; Ho per lode il mio duolo, e vo’ che duri La dura istoria de’ miei giorni oscuri. L’età consumi infra le selve orrende Chi nè dolor de’ miserabil casi, Nè lagrimar, nè lamentare apprende. Così parlando accende Spettacol di pietà boschi recisi; E dell’amato Achille Dentro mesta riponvi i membri ancisi: Poscia intorno le fiamme ivi diffuse Il drappel chiama dell’Aonie Muse. Esse col volto di mestizia impresso, Sparse i biondi capelli, in bruna gonna, Venner dall’ombre del gentil Permesso, Ed arpe di cipresso, Piangendo sua fortezza Manco venuta in sul fiorir primiero, Stancaro in esaltar l’alto Guerriero, E spargean tal dolcezza i cari accenti, Che tacean l’acque, e non fremeano i venti. Deh chi le prega? e giù del bel Parnaso In mezzo a’ sette colli oggi le scorge A dir, Virginio, del tuo mesto occaso? Se altro non è rimaso Per conforto di noi, che tua memoria, Dian le Donne immortali Immortale tributo alla tua gloria; Ed invidia ed obblio non sappia come A spegner minim’ombra al tuo bel nome.