Italian poem
Provarsi a celebrar lingua mortale
Provarsi a celebrar lingua mortale L’alta del Paradiso imperadrice, Fora, siccome uom dice, D’Icaro dispiegar per l’aria l’ale; O trarre il carro per la via Febea, Con possanza di mano Fetontea. Per l’eccelso Sïon della sua gloria, E del sacro Giordan lungo il confine, Già fêr voci divine Pur su cetere eterne alta memoria, E dolce ivi ne fan conserva i venti: Or corriamo a raccor di quegli accenti. Su quel Parnaso un dì lui che risplende Per sommo senno ed ha di saggio il vanto, Così disciolse il canto: Chi è costei che dal deserto ascende Ricca di pregi e di tesori immensi, E sul Diletto suo salda sostiensi? Felice udir, felice allor che usciro I segreti pensier di quel gran seno! Chè tranquillare appieno Può sacrata favella ogni martiro; E parola celeste altrui ricrea, Ne men felice udir, quand’ei dicea: Come sei bella, o del mio core amica, O come, amica del mio cor, sei bella! Gli occhi di Colombella, Acciocchè dell’interno altro non dica, Là ’ve guardo non giunge, e son siccome Greggia di capre in Galaad tue chiome. Il collo tuo, quale il castel, che adorno Già fece il buon David d’alte difese; Stan ne’ tuoi muri appese Armi di Forti, e mille targhe intorno: E d’intorno ad ognor sen vola fuore Dal tuo vestir, come da incenso odore. Così cantava, e per letizia mute Stavano ad ascoltar l’aure serene: Ma or lingue terrene Quelle note iterar non han virtute. Oh fortunata di Sïon la riva, Quando in tal modo contemplarlo udiva! Chi è costei che se ne va qual suole Novell’Alba salir dall’aria bruna? Bella come la Luna, Eletta e singolar siccome il Sole, Terribile non men che un campo armato Fuor delle tende a guerreggiar schierato?