Italian poem
Quanto Anfitrite gira
Quanto Anfitrite gira Sul carro ondisonante, Quanto quaggiù rimira L’occhio del Cielo errante; Mentr’ei va fiammeggiante L’orrida notte saettando intorno; Non ha regno sì vile, Che di cosa gentile Alla sentenza altrui non sembri adorno; Ma per pregio sublime Aman le glorie prime. Alma messe d’odori, Avorj preziosi, Oriental colori Fan gli Arabi famosi, Gl’Indi novelli ascosi, Già da Nettun caliginoso ed atro, I cui campi profondi, Con zefiri fecondi, Solcò primiero il Savonese aratro, Hanno d’oro i lor fonti, E d’oro hanno i lor monti. Ben al pensiero alato Andrian le note appresso Ma non senza peccato È lungo dir concesso; Ma qui dal bel Permesso Mandan le Muse violate il crine: Perchè sul vario canto Tessa d’Italia il vanto; La qual se d’ogni onor varca il confine, È sol, che i frutti suoi Sono immortali Eroi. Non ha Castalia nostra Oggi Muse sì mute, Che senza biasmo in giostri Escon oro e virtute: Or tu saette acute, Anima, chiedi al biondo arcier di Delo: E s’ei le dà pungenti, Sian segno i lumi ardenti. Onde s’instella di Toscana il Cielo, Gli altri Italici egregi Avran poscia lor fregi. Qual dall’eccelsa fera, Che i Frigj boschi ordiro, In memorabil schiera Già mille Duci usciro: Cotal Arno rimiro De’ gran Medici tuoi numero invitto; Ma mia cetra e mia mente Argo non è possente A far con tanti Eroi sommo tragitto. Io con Giovanni solo Farò de’ remi un volo. Umíle di lui speme Fiero Aquilon disperga, E già tra l’onde estreme L’involva e la sommerga: Alta co’ Regi alberga Virtute, che del ciel guarda le porte: E se fede mortale In questo corso è frale, I gemelli Ledei rendanla forte. E ’l nipote sovrano D’Eaco e d’Oceáno. Qual non colse corona D’eterna altera gloria La destra onde risuona Più fresca ognor memoria? Lume d’ogni altra istoria Al sol d’Achille disparisce e cede. E cesse armata in guerra Già la Meonia terra, Là ’ve ci conflisse procelloso il piede, E delle turbe oppresse Fe’ sanguinosa messe. Vaga Vergine orrenda, Sul Xanto allor sen venno, Ivi vibrò tremenda Termodontea bipenne; Ma poco al fin sostenne, Benchè sì forte la Tessalic’asta, Che trafitta il bel seno, In sull’ampio terreno La guancia impresse scolorita e guasta E gío per l’aria ombrosa L’anima disdegnosa. Posso l’acerbo ed aspro Fato narrar il Cigno, Ma petto di diaspro, La lingua di macigno Chiede il cauto sanguigno Dell’iraconda insuperabil destra Steso Troilo, stese Ettore, e lo scoscese, Quasi infocato tuon, pianta silvestra: Stese Mennone ancora Lagrime dell’Aurora. Or su, non solo infonde Apollo arte di cetra, Ma d’Aganippe all’onde Presagio anco s’impetra. Lo stral di mia faretra Trarrò, che solo in verità s’acqueti. Qual per cotanti illustri Tra gli Eacidi illustri È il figlio altier della cerulea Teti. Tal fia quinci a mille anni. Tra i Medici Giovanni.