Versos Italian Gian Pietro Lucini II (Già, cantano; null’hanno da far meglio…)

Italian poem

II (Già, cantano; null’hanno da far meglio…)

by (1867–1914)

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Già, cantano; null’hanno da far meglio, cantan la fine e il risveglio del giorno. Se non l’udissi a pigolare, io non m’accorgerei del tempo. Eh! quanto tempo passato! È un peccato ch’io non abbia già mai dato fuora un «Diario». Il vario e vago errare per le care e le amare illusioni, ha bisogno d’un lessico completo, o d’un vocabolario, o d’un itinerario per ritrovarci nel tempo futuro. — Fa troppo caldo qui. Come un orso marino, ho bisogno di ghiaccio nella gabbia; antivediamo col ghiaccio alla flogosi del cervello balzano. E il tabacco è cattivo. Eh!... l’Italia;... tabacco italiano ricolto dalla mano d’un paesano abruzzese, in un dì di canicola. Bel paese eh! Così van lavorando sotto il sol che li abrucia: e membra nude fumano fuman ma, non tabacco, sudore, e nel cuore si prepara... che cosa? una burletta a suono di fanfare, per il villaggio sciocco, in contro al municipio, senza un principio... di che?... Eh! col principio della fame. — In Italia non ci dovea venire; già, se pur mi ricordo; di un qualche cosa come d’un foglio del lessico da scriversi, d’una fiaba, o d’un consiglio a rubrica «Dell’Isterismo maschile», consiglio gentile e disinteressato. Un Baronetto inglese, giallo come un Maltese d’ipocondria, nelle dubiose sere del Tamigi, raccontava d’un cielo di velluto, d’un cielo senza pari, costellato di rari diamanti notturni. Io son ghiotto di tali preziosi misteri. Amo la notte, una notte che ha luna o sospetto di luna, una notte che aduna mille forme indistinte e vaporose, che placa la sfacciata impudenza vermiglia delle rose, ch’anima tuberose, giunchiglie e gelsomini, che evoca pei giardini molli profumi e più molli sospiri. Io m’assomiglio in tutto a questi miei fratelli, a questi sogni. E se dell’alberelli nani piangon sull’acque dei canali, e l’onde lente vanno e fatali, frusciando sulle lunghe erbe dei margini; al chiaror della luna si riplasmano vapori che sen van colle correnti. O veli, o Belle della Notte in lenti accorgimenti seguendo i canali, o prolissi, caudati sudarii di Vestali sepolte vive, anime vergini, irrequiete d’amore, d’amar ancor dopo morte! La Notte apre le porte a tutto quanto mi assomiglia, o, forse, specchio, mi riflette in torno mille volte e mi fa re d’un principio, a seguito di bianchi cavalieri, tutti pensieri... e nulla. — Venni in Italia e fui deluso; feci viaggio lontano; le nubi ingorde mi hanno tolto il piacere: o non vidi che grigio di notte e giallo di giorno: io voglio nero e bianco, come qui. Così mi voltolo di tra la neve. Gentleman Baronetto, ei vide stelle briaco di vin di Porto. — All is true! Aho! Jes sir! — Senza pretese, mi son foggiato il mio paese. Non per nulla son Principe nelle Pantomime dove non parlo. — La Parola! Qualche cosa che pare una marca da giuoco; Hobbes dice, se non mi sbaglio; così imparai quando studiai filosofia alla Sorbona, cent’anni fa. Una Parola nasconde un valore; che se poi trilla, scintilla, sfavilla e squilla come un metallo d’oro è tutto il mondo, e, noi, Pierrot, ne abbiam nella scarsella a dovizia; per sopra più quando accenniam di gesti lesti, furbeschi, arditi e mesti, e ridicoli e sciocchi, gesti di cavalieri e di pitocchi, gesti di dama e di sacerdotessa, di cortigiana e di professoressa, e non parliamo, poi che l’atto che accenna è l’espression migliore. Un atto, un’intenzione, una misteriosa sigla, una fragranza nascosta, un odoroso motivo di fiori, una brillante meteora che canti, e, nell’incanti dello immaginare, un altare gemmante ed una estasiante vittima a pena uccisa. Letteratura muta! Un foggiar per i sensi; Pantomima per chi verrà. Idea, fuoco fatuo surgente nella tepente ed estivale sera sulla nera fossa recente d’una vergine morta d’amore, fuoco fatuo al cuore, da un altro cuore espresso, fuoco che dal promesso alla promessa vola, di luce, sopra l’anemoni pazzi color del sangue. E vi si spegne. Così le creature nate a pena scompajono e s’annegan, carni composte di viscere materne, nelle profonde sepolture di sotto all’Erme immobili del Tempo che sogghigna; e Natura, matrigna, custodisce un ricordo e una speranza. E pur ritorna. Swedemhorg norvegese, avatar d’Eliphas Levi riconsegna alla storia la trasformazione, come nella memoria si ripeton le forme del pensiero abnorme dell’umanità; e nella paurosa immensità della coscienza umana il credere è una fede, se il fatto siede di sopra a una fantasima. Oh, io amo l’Idee veggenti e silenti nel Mondo, ed eloquenti dentro all’intendimento personale; amo le Idee a sciame, incatenate pecchie d’oro, al sonoro timpano del comporre. Le amo volanti, fantastiche, pure, sicure, senza paure d’una critica e d’una ribellione, l’Idee della passione, che mutano la terra in paradiso, incantevole annuncio d’un sorriso che non vedrem già mai sopra le femminili labra baciate e che sentiamo in noi, pallidi Eroi d’una funambolesca ebrietà di rime. — Pierrot, d’in sulle cime della bruna coorte dei pioppi vedrem montar la luna e dalle piante un’ombria gigante scendere al piano; un laghetto annojato afferra e specchia l’incontentabile Ecate ginandra che non s’attenta a baciarmi sul volto. Ed è Pierrot, (pur questo so) che al mandolino classico trova l’eolio antico e compendia Saffo, se vede Zo e Jo in rosee conche sicuramente ammalarsi d’amore, baciandosi sui seni, mentre i sereni cieli smuntano e cadono nella nebbia. Eh, eh!... I profumi e le nebbie sono forse l’Idee, incapricciate Dee, Dee, nostre creature, Dee, amanti di morti, vampiri all’angiporti delle cripte funeree e farfalle vermiglie dentro a un raggio di sole che risplenda sopra ai fiords di Norvegia. Può darsi quindi!... Pierrot?... Eh! il Baronetto inglese vide stelle in Italia; quand’io giunsi vestir la gramaglia, e imaginai le stelle e mi foggiai la luna d’alabastro e per tutto sognai, per ciò meglio tutto io vidi. — Fuma tabacco detestabile. Noi faremo d’in torno a questa luna d’alabastro oscillante un amante corteggio di nuvole o pur l’alone delle notti estive: così avremo un ciel dentro alla sala.

Bah! Non cantano più; si son stancati; han forse sonno, Così... (Fischia accompagnando ed aggiungendo di queste parole ai gorgheggi che spaziano d’un tratto per l’aria con mirabile virtuosità).

Un amore val quanto un fiore, che si schiuda al benigno tepore della serra; e il calore che divampa dal cuore gli dà il colore rosso e dell’oro. Ma nella sera di primavera una severa passion si riaccende e si confonde, e, tra i baci e le lagrime, profonde tenebrie si stendono a ingannare. Per ciò le amare . . . . .............. ...

Oh! L’usignuolo Il boscajuolo dei faggi, l’amico dei selvaggi luoghi della pineta, l’usignuolo in giardino? La notte scende dunque? Or s’apre entusiasta il gelsomino notturno Oh profumi ed incensi, che dispensi notte munifica, sorella di mistero! Il bianco e il nero e tutto si confonde. Ed i passeri taccion finalmente, questi pettegoli come beceri che dilacerano coscienze senza coscienza, vigliacchi della notte; da poi che l’onestà non teme le tenebre. Canzone, in sulle scale che t’appresta la luna, nell’ora ambigua e bruna, trilla augurale: scintilla come un rubino dentro a un cesello d’un vecchio anello questa gemmante strofe, come dispilla da un canaletto un ruscelletto sulla vasca di marmo, o una fontana piange e si lagna, numero d’oro, dentro al lavoro moresco d’un bacino di porfido. L’usignolo; s’egli canta io taccio; la dolce musica imbalsamata d’idealità si ripercuote al di là delle coscienze. Così uno spunto è tutta l’armonia e la malinconia è l’ispirazione; tutta una canzone, ed il resto è l’orchestra. E tacerai, o vago della luna e del silenzio, tacerai nell’inverno. O patria, o terra aspettata! Come tarda l’amata all’amatore! In torno al mio palazzo ho coltivato un pazzo laberinto di fiori; corolle violacee come un lutto di vergine strana: ma de’ pistilli linguaggian d’oro e vermigli, insidiosi. Io vedrò della neve sopra questo corrotto troppo ricco, funerale d’un principe: il mio. E soffierà il vento maligno come la parola capziosa dell’amico ed io mi troverò meglio sdrajato... No, no, vivere! Quando? in che modo? domani? nel buio? Vivere?

Io parlo adunque! De Banville m’ha ingannato; io parlo ancora: la Pantomima è morta al mondo, e io ritorno a sofrire! Aria al polmone assetato di brezza notturna.

E la mia luna artificiale smunta tremante al raggio della vera. E pure i fiori e le gemme mentite gareggiano coi veri e sono preferite; e un bacio simulato ha più sapore del bacio santo che vien dal cuore. Io ch’amo il posticcio, e l’inganno ed il dubio?... O seguendo le fasi lunari dirò pei dignitarii delle imprese lunatiche le regole pragmatiche della mia esistenza di Pierrot? Gobba a levante e gobba a ponente? Zitti; la ben nata gente sta tutta in me e l’altra: e la servetta scaltra, e la minosa padroncina, e il ladron di cucina, e il ghiottone sudicio, e l’impudico, e lo spleematico sere, e il messere poltrone, ed il Re Sole, e un parruccone che vide l’a venire, ed una macchina insanguinata e una bacata funzion sociale, e il funerale della nobiltà; tutto tra il sorgere ed il morire della luna, tra il crescere e il calare del cerchio pallido sul ritmico sospiro del simpatico mare: e le Fasi e la Vita, e una sbiadita felicità che in terra non si trova e s’arrovella per farsi ritrovare, e la scarsella vuota, e una baldracca letteratura che va dalla baracca istrionesca a ciance e a tresca sul trono, o in Campidoglio, ai lauri di una gloria immeritata.