Italian poem
Li Alchimisti
by Gian Pietro Lucini (1867–1914)
«Già le bracie splendettero ai fornelli della Grand'Arte e, pei silenzii astrali, sui piropi e i diaspri delli anelli risonâr le parole augurali. Crescemmo, nelle notti, li alberelli dei dittami benigni e sulli strali d'oro, perfuso il farmaco, li Uccelli sacri alla Morte invocammo e i Narvàli.
Li arcani del futuro le Comete dicono ed ammonisce Ecate vaga; di sette stole induti, le secrete virtù del cielo l'astrolabio indaga; ma cerchiam sempre e ancor brucia la sete dell'Or che l'alambicco non appaga.
E sempre e ancora pei cammini oscuri del Mistero va e perdesi l'Idea: e sempre e ancora claman li scongiuri verso di te, Regina e Madre e Dea.
LI AMANTI.
Acrasia c'invitava ai suoi festini col gesto largo e le chiome fluenti: sulle pergole d'oro dei giardini s'accordavan li alati in bei concenti ed al talamo intorno, i ribechini trillavano nascosti. Oh labra ardenti a suggere l'ambrosia dei divini baci e blandizie e sospiri ed accenti!
Oh! bianchi fiori umani a voi a bere chinâr, celestial eterna coppa, Orgoglio, Nobiltà, Gloria, Dovere! Ed Acrasia ingannò: sprona e galoppa Desio pei labirinti, che al corsiere, oltre al Signor, siede Illusione in groppa:
galoppa sempre a ricercar la fera candida e trista e il troppo ardor lo svia; galoppa ancora e, nella notte nera, bacia ingannato alla tua bocca, Iddia.
I POETI.
Suonâr le note or meste ed or giulive dentro alle fresche ombrie dei verzieri, d'amor cantando: poi le terre argive, i bei Miti, le Dame e i Cavalieri Casmena ricordò: meditative pensâr le rime, e li arditi corsieri, armi e tumulti, meschini e captive squillò il Peana. Ed or vani ed alteri
dell'eterno Ideal, rapiti araldi, dell'Infinito l'armonia nel cuore fremer sentiamo: a nulla li smeraldi propizianti ed il febeo vigore irraggian la cesarie: andiam spavaldi a ricercare il Verbo dell'Amore.
Andiamo, ed il pensier, muto d'Incanti, pei regni bui prosegue la tua via: non vivono, non palpitano i canti, ma senton Te, fatale Madre e Iddia.
I CAVALIERI DI GLORIANA.
Disse Gloriana, e via per le fiorite rive suonò l'eloquio: stillò il vino della Scienza alle patere forbite: veggenti, tra i vapor' del belzuino, splendeano intorno all'aule romite le Sette Faci, poi, ch'oltre il mattino, si producean le veglie in sulle ardite carte a luttar coi segni. Ahimè! il cammino
sale la mente invan, fuorvia Ragione per l'arduo insidiar dello Infinito: e rammentiam dolenti la magione grata diserta pria che al mago invito s'accendessero i cuori e che 'l paone salutasse all'arrivo, erto in sul lito.
Gloriana inganna e fa l'incantamenti sotto ai lauri folti in sulla sera: spiega il Verbo, ma nelli ammonimenti Tu sola ghigni e irridi, Tu, Chimera!
LA CHIMERA.
Più avanti, avanti ancora. I miei palazzi, materiati in candidi vapori, splendono: avanti: invitano ai sollazzi del corpo e della mente, alli splendori della Gloria, ai Piaceri, ai Desii pazzi Orgoglio e Vanità, Vigilan l'ori terrestri i Basilischi ed i topazzi stanno nelli antri bui; guarda i tesori
dell'acque Leviathan e nei muti imperii dell'Atlantide i forzieri s'ascondon delle perle ed alli acuti scogli il corallo cresce. Cavalieri date le vele al mar, canti ai venti, baci alle donne ed anima ai misteri!
Avanti a investigar e l'Uomo e Dio; seguite me, fedeli, ch'io ammonisco; non germoglia l'elleboro nel mio regno, da che Follia servo e blandisco.
VIII.
E ancora e sempre avanti; e se i palagi sfumano nelle nebbie, e se nel mare e tortuosi anfratti e cupe ambagi si perdon nei profondi, e se in sull'are e di Gloria e d'Amor fuman le stragi delle vittime illuse, e il camminare dalla Fonte allontana, e se i malvagi mister' la Sfinge impone a decifrare,
che importa? Or mai non regge più speranza; parla a vuoto nell'isola Gloriana: stride al vento sirventa e romanza: e il manto istoriato della strana Rabetna io spiego in contro alla Costanza, come vessillo per l'immensa piana.
E pur seguite me: argento ed ostro son l'occhi miei bruciati e splendenti: son liriche i ruggiti: è il faro vostro la vampa che esce dalle fauci ardenti.
L'INTERMEZZO DELLA PRIMAVERA.
....... è primavera l'antica proscente che s'ammanta di fiori e di foglie a nasconder le rughe, che sotto al peplo vermiglio l'ulcera ricopre e dalle porte, dove amor si vende, ride ed inchina al passeggier e lo tenta e raccomanda a lui la merce buona. Or su la gonna l'alza, o fanciulletto cuore, e vedrai ciò ch'ha di sotto fiorito ed odoroso.
La meditazione al Cuore.
Oidon chelidona ne ton Eraklea ear hede.
A LUDOVICO CAVALERI.
I.
Amore insidia dalla rosa e tace: vanno i passeri a torno folleggiando e bela l'agno all'agnella vicino, cercando amore.
Amore insidia dalla rosa e tace: van le cavalle e nitriscono pazze, poi che vicina Primavera esulta, cercando amore.
Amore insidia dalla rosa e ride e passa il bel garzone e il giunge un dardo: egli piega morente e par che spiri, cercando amore.
ALLA MIA BUONA COMPAGNA.
II.
Restava Giulietta in mezzo a Romeo, e ad uno, chiamato Marcuccio il guercio, che era uomo di Corte molto piacevole e generalmente molto ben visto per i suoi motti festevoli e per le piacevolezze ch'egli sapeva fare; perciocchè sempre aveva alcuna novelluccia per le mani da far ridere la brigata e troppo volentieri senza danno di nessuno si sollazzava............. Giulietta, che dalla sinistra aveva Romeo e Marcuccio dalla destra, come dall'amante si sentì pigliar per mano, forse vaga di sentirlo ragionare, con lieto viso alquanto verso lui rivoltata, con tremante voce gli disse: benedetta sia la venuta vostra a lato a me! E così dicendo, amorosamente gli strinse la mano.
La sfortunata morte di due infelicissimi amanti, che l'uno di veleno e l'altro di dolore morirono; con vari accidenti.
MATTEO BANDELLO--Novelle.