Italian poem
Alla Musa odiernissima
O monna tu, ch’io non so qual tu sia Tanto se’ in vista difformata e strana, Monna Clio, monna Ascrea, monna befana, O monna dal malan che Dio ti dia;
A la croce di Dio, tu se’ ..... Se t’acconci a chi vuole in su la via; E se ne mente la mitologia Che giurò su ’l candor di tua sottana.
Poi che ti presti ogni or’ mattina e sera A tutte voglie d’ogni razza ingordi, Tornata di regina in paltoniera;
O sciagurata, fa che ti ricordi A chi tu fosti ed a chi se’ mogliera Onde per te mi fremono i precordi.
Anime al ben concordi Già ti levâr d’ogni bel pregio in cima: Or ti preme ciascun, ciascun t’adima.
Non si può dir per rima Quanto sia cattivello e piccolino Questo gentame ch’ora t’ha in domino.
Qual vien ruttando il vino Sovra il tuo petto; e l’anima imbriaca Urla l’idillio, e la canzon si placa.
Qui Geremia s’indraca, E i cembali sonando in colombaia Vagisce la bestemmia, il pianto abbaia.
Un altro, ecco, si sdraia, Nel verso sciolto, e ci fa un voltolone, Come somaro dentro il polverone.
Ben venga il bambolone Che non iscompagnato ancor dal latte Bela, e pur con Melpomene combatte.
In van la si dibatte Tra le man del piccino: ella n’è stracca, Ed ei rimesta le tragedie a macca.
Il chierichetto insacca Pur nel tuo tempio, e sa di sagrestia E di mòccoli spenti e d’eresia:
Con lirica bugia Gorgoglia l’inno, e struggesi di frega Meditando il bordello e la bottega.
Ve’ colui che si frega A l’epopeia, e, perché troppo è lunga, La concia sì, che al suo termine giunga.
Come par che la punga E la cincischi sì che il sangue spicci! E poi le aggiusta il parruccone a ricci.
Al fin par che s’appicci Il divin corpo al corpicciuol digiuno, E camminando son né due né uno.
Iscarmigliato e bruno Or si fa oltre Gracco: il pecorino Cuor gli tentenna come il personcino.
Da l’eliso divino Inchínati a costui, nonno Catone. Ch’ha sempre in bocca una rivoluzione.
È un repubblicanone Che ingozza prima la sua libbra buona Di mazzinïanissima prosona,
Poi tuona e tuona e tuona. A udir quell’omaccino armipotente Isbigottisce la povera gente,
E dice: Veramente Cotestui studia per le invenzïoni Di verseggiar le bombarde e i cannoni.
In decasillaboni Egli squaderna co’ profeti santi Ippopotami neri e lïonfanti,
E sopravi giganti Che vanno armati di monti e montagne A imbottar nebbia per queste campagne:
Ma poi grugnisce e piagne, Quando tornato al cristïan suo core S’inginocchia davanti al confessore.
Deh quanto è gran dolore Del tristo punto ove condotta sei, O tósca Musa già cara a gli dèi,
Da questi uomini rei Che ad ogni voglia lor buona o non buona Adoperano pur la tua persona.
Non che rotta la zona, È t’ han diserto i piú gentili arredi: E infantocciata come tu ti vedi,
Dal capo infino a’ piedi, Ti mandano accattando in su ’l sentiero. Ov’è il regal paludamento altiero?
Or se’ tu da dovero Che a l’universo descrivesti fondo E fosti prima poesia del mondo?
Or è questo il giocondo E nobil sen del quale a’ dí piú tardi Si nutriva il gran cor del Leopardi?
Ah, no! tu di codardi Se’ madre e sposa: or ti conosco io tutta, O barattiera svergognata putta.
Deh via, sudicia e brutta, Lascia, via, di menar tanto fracasso; Uccella a’ barbagianni, e statti in chiasso.