Versos Italian Giosuè Carducci Maggio e Novembre

Italian poem

Maggio e Novembre

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Ove sei, ché di Delfo in van ti chieggo A’ fatidici lauri e tace Delo, O re de’ canti e de la luce? Eterna La giovinezza avesti, ed il piú bello Eri de’ numi. A te serenatore De’ templi ermi de l’etra ardea la danza De le titanie vergini, e Anfitrite Sorridea, dal divin talamo il capo E le braccia porgendo. A te i mortali Venian con preci ed inni, o re Agïeo Da la cetera d’oro, allor che Licia T’accogliea ne’ suoi gioghi e i patarei Dumeti impressi dal sereno piede Fiorian di primavera, e quando in core Amor prendeati di tuffar la bionda Chioma, stupor d’ Olimpo, entro il bel Csanto

O ver ne la pudica onda castalia. Allor non lutto innanzi a te; ma danze E di ninfe e d’egípani, ma bianche Fronti di lauro inghirlandate, e vesti Tirie ondeanti mollemente, e fiori Che salivano a nembi, e amor soavi Di verginelle candide: a le valli De’ flauti il suon scendea come un sospiro.

Allor che i fiori e l’onde aveano spirto E d’amore e di duol, quando nel fiato De’ zefiri esultanti a primavera Per le brune convalli e ne’ mirteti Di Citera e di Cnido almo alïava Il divin bacio d’Afrodite; errando Del lamentoso Egeo lungo la riva, Amorosa fanciulla, e i cieli e il mare E il molto fior de’ campi lacrimosa Mirando, e sospirando, invocò Saffo La deità di Venere; e presente Annunziò il nume un fremito diffuso Per la selva odorata. Essa la diva, Con le dita d’ambrosia, essa da gli occhi Tergea de la mortal giovine il pianto; E dolce un canto le imparava: un dolce Canto che ripetuto, ahi con un molto Ansar del petto e scintillar de gli occhi,

De i neri occhi d’amore, e un batter forte De la man su le corde, iscolorava Le fanciulle di Lesbo; entro l’affiso Sguardo venendo l’alma e ne’ socchiusi Labbri a libar le voluttà promesse.

III.

Fusa per l’aure di novembre. Al core La man portai; che, quinci dal crescente Flutto de le memorie assorto e quindi Fulminato dal ver, battea l’estremo Irrevocabil palpito d’amore. Amore, addio, supremo inganno! addio, O pargoletto mentitor gentile! In van t’adopri: in questo cuor, ch’io creda, Né pio né con soave impeto a forza Rientrerai. Ma cara a me ne gli anni Sarai memoria, ed onorata; e quando Dal pensiero evocata al sentimento La tua larva risorga, un canto, o amore, Avrò ancora per te. Tal, se la luna Da le selve appennine aurea si svolve E su ’l toscano pelago vïaggia Solitaria, rifulgono al chiarore Bianco le nude arene, e lo sfrondato Bosco porge i suoi rami e si rallegra: Guata le scintillanti onde il nocchiero, Guata la fredda alta quïete, e canta.