Italian poem
Ripresa
I.
E, se lungi la polvere scorgon del nostro corso, Il picciol collo inarcano e masticando il morso Par che rignino — Ohibò! — Ma l’alfana che strascica su l’orlo de la via Sotto gualdrappe e cingoli la lunga anatomia D’un corpo che invecchiò,
Ripensando gli scalpiti de’ corteggi e le stalle De’ tepid’ozi e l’adipe de la pasciuta valle, Guarda con muto orror. E noi corriamo a’ torridi soli, a’ cieli stellati, Per note plaghe e incognite, quai cavalier fatati, Dietro un velato amor.
Avanti, avanti, o sauro destrier, mio forte amico! Non vedi tu le parie forme del tempo antico Accennarne colà? Non vedi tu d’Angelica ridente, o amico, il velo Solcar come una candida nube l’estremo cielo? Oh gloria, oh libertà!
II.
E tutto ciò che facile allor prometton gli anni Io ’l diedi per un impeto lacrimoso d’affanni, Per un amplesso aereo in faccia a l’avvenir. O immane statua bronzea su dirupato monte, Solo i grandi t’aggiungono, per declinar la fronte Fredda su ’l tuo fredd’omero e lassi ivi morir.
A piú frequente palpito di umani odii e d’amori Meglio il petto m’accesero ne’ lor severi ardori Ultime dee superstiti giustizia e libertà; E uscir credeami italico vate a la nuova etade, Le cui strofe al ciel vibrano come rugghianti spade, E il canto, ala d’incendio, divora i boschi e va.
Ahi, lieve i duri muscoli sfiora la rima alata! Co ’l tuon de l’arma ferrea nel destro pugno arcata, Gentil leopardo, lanciasi Camillo Demulèn, E cade la Bastiglia. Solo Danton dislaccia, Per rivelarti a’ popoli, con le taurine braccia, O repubblica vergine, l’amazonio tuo sen.
A noi le pugne inutili. Tu cadevi, o Mameli, Con la pupilla cerula fisa a gli aperti cieli, Tra un inno e una battaglia cadevi; e come un fior Ti rideva da l’anima la fede, allor che il bello E biondo capo languido chinavi, e te, fratello, Copria l’ombra siderea di Roma e i tre color;
Ed al fuggir de l’anima su la pallida faccia Protendea la repubblica santa le aperte braccia Dritta in fra i romulei colli e l’occiduo sol. Ma io d’intorno premere veggo schiavi e tiranni, Ma io su ’l capo stridere m’odo fuggenti gli anni: — Che mai canta, susurrano, costui torbido e sol?
Ei canta e culla i queruli mostri de la sua mente E quel che vive e s’agita nel mondo egli non sente — . O popolo d’Italia, vita del mio pensier, O popolo d’Italia, vecchio titano ignavo, Vile io ti dissi in faccia, tu mi gridasti: Bravo; E de’ miei versi funebri t’incoroni il bicchier.
III.
Mentre tormenta languido sirocco gli assetati Caprifichi che ondeggiano su i gran massi quadrati Verdi tra il cielo e il mar, Su i gran massi cui vigile il mercator tirreno Saliva, le fenicie rosse vele nel seno Azzurro ad aspettar?
Ricordi Populonia, e Roselle, e la fiera Torre di Donoratico a la cui porta nera Conte Ugolin bussò Con lo scudo e con l’aquile a la Meloria infrante, Il grand’ elmo togliendosi da la fronte che Dante Ne l’inferno ammirò?
Or (dolce a la memoria) una quercia su ’l ponte Levatoio verdeggia e bisbiglia, e del conte Novella il cacciator Quando al purpureo vespero su la bertesca infida I falchetti famelici empiono il ciel di strida E il can guarda al clamor.
Là tu crescesti, o sacro destrier de gl’ inni, meco; E la pietra pelasgica ed il tirreno speco Fûro il mio solo altar; E con me nel silenzio meridïan fulgente I lucumoni e gli àuguri de la mia prima gente Veníano a conversar.
E tu pascevi, o alivolo corridore, la biada Che ne’ solchi de i secoli aperti con la spada Dal console roman Dante, etrusco pontefice redivivo, gettava; Onde al cielo il tuo florido terzo maggio esultava, Comune italïan,
Tra le germane faide e i salmi nazareni Esultava nel libero lavoro e ne i sereni Canti de’ mietitor. Chi di quell’orzo pascesi, o nobile corsiero, Ha forti nervi e muscoli, ha gentile ed intero Nel sano petto il cor.
Dammi or dunque, apollinea fiera, l’alato dorso: Ecco, tutte le redini io ti libero al corso: Corriam, fiera gentil. Corriam de gli avversarii sovra le teste e i petti, De’ mostri il sangue imporpori i tuoi ferrei garetti; E a noi rida l’april,
L’april de’ colli italici vaghi di messi e fiori, L’april santo de l’anima piena di nuovi amori, L’aprile del pensier. Voliam, sin che la folgore di Giove tra la rotta Nube ci arda e purifichi, o che il torrente inghiotta Cavallo e cavalier,
O ch’io discenda placido dal tuo stellante arcione, Con l’occhio ancora gravido di luce e visïone, Su ’l toscano mio suol, Ed al fraterno tumolo posi da la fatica, Gustando tu il trifoglio da una bell’urna antica Verso il morente sol.