Versos Italian Giovanni Berchet Il Bardo

Italian poem

Il Bardo

by (1783–1851)

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Lo sterminio ti colga, o re crudele! Confusione accompagni i tuoi vessilli; Anco agitati dai sanguigni vanni Della conquista, in ozïosa pompa Stanno l’aere schernendo ei nondimeno. Non il cimiero no, nè la ritorta Maglia del busto, nè le tue medesime Virtù, o tiranno, a ti salvar fian atte L’alma segreta dai timor notturni, Dal maledir, dal lagrimar di Cambria! — Tali spargeva sul crestato orgoglio D’Odoardo il primier suoni di rabbia L’atterrito selvaggio, allora quando Giù pei dirupi dell’irsuto fianco

Di Snodòno spingendo egli venia Le sue molte falangi a faticosi, Malagevoli passi. Sbalordito, Muto rimase Glocestèro il prode; All’armi all’armi Mortimèr gridando La tremula sua lancia in resta mise. Sovra una rupe, il cui superbo capo L’onda fumante disdegnoso guarda Dell’antico Conveggio, in bruno avvolto Vestimento di doglia, e fiero il guardo Stavasi il vate. Libera dal mento Gli scorreva la barba; e la canuta, Similmente a meteora, al ciel turbato Chioma ondeggiava. Con maestre dita E da fuoco profetico investito, Le profonde toccava di sua lira Corde d’affanno. — Alla terribil voce Del sopposto torrente odi siccome Ogni quercia gigante, ogni diserto Antro sospira! Su di te lor cento Braccia scuotono, o re; su ’l capo tuo Spirano in cupo mormorio vendetta; Nè all’arpa omai rispondon più dal giorno Fatal di Cambria, all’arpa dell’illustre

Oello: o al dolce di Levèllin canto. Fredda è la lingua di Cadval che mute Fea del mar le procelle: il valoroso Dorme sul letto della rupe Urieno: Invan piangete voi Modredo, o monti, Il cui magico carme la nebbiosa All’alto Plinlimnon fronte curvava. Lordi di tabe, e come spettri pallidi Giaccion d’Arvone su l’orribil spiaggia. Via via lontani impauriti i corvi Il remigare affrettano, affamata L’aquila stride, li disdegna, e passa. Cari dell’arte armoniosa mia Ahi! perduti compagni, a me sì cari Quanto la luce che le mie se ’n viene Pupille afflitte a visitar, sì cari Quanto le belle rubiconde stille Che mi scaldano il core, in mezzo ai gridi Della patria morente, ah voi moriste! Non piango io più — Non dormon no: li veggio Su quelle balze, orrenda schiera, assisi Languido spirto ritener di vita A vendicare la natía lor terra. Meco in terribil consonanza unirsi Eccoli tutti, e della tua progenie Tesser con mani sanguinose il drappo. Presto, i fili si tessano, la trama Presto tessiamo, lo funereo pallio Ai discendenti d’Odoardo. Oh! largo

Date lo spazio, e a tratteggiar d’inferno I caratteri tutti una gran verga. Segnate l’anno, la precisa notte, Quando Severno spaventosamente Per entro ai tetti di Bercleo sonanti Grida di morte eccheggierà. Fian grida D’un re che spira! Oh dai tenaci artigli Lupa di Francia, che del tuo medesmo Orribilmente strazïato sposo Ahi! le viscere squarci a brano a brano, Nasca da te chi sulla tua contrada Il flagello del cielo alto brandisca. Quai terror gli fan cerchio! A lui Stupore Precede e Fuga. È Solitudin dietro Colla sparuta dell’Affanno immago. Possente vincitor, signor possente Ecco di morte entro la bara ei giace! Pietoso un cor non v’ha, non ciglio alcuno Che alla funerea pompa il sol tributo D’una lagrima dia per adornarla. Ah! fuggito egli è dunque il Guerrier negro? — Ito è tuo figlio; cogli estinti ei dorme. —

E i mille surti allor che il tuo splendore Era pur nel meriggio? — Iti son tutti A salutare la nascente aurora. Bella ride l’aurora, e lieve lieve Zefiro spira, intanto che l’azzurro Regno solcando maestosamente Splendida corre la dorata nave. Gioventù su la prora, ed a governo Siede il Piacer, cui nulla cal del turbo Che tutto strugge, e in minacciosa calma Muto la preda della sera aspetta. Su! fate colmo lo spumante nappo. Ricca mensa s’appresti. Abbenchè spoglio D’una corona, del convito a parte Esser può nondimeno. Alla regale Sedia vicine, in bieco atto maligno Sorridendo funeste il lor schernito Convitato rimiran la proterva Sete e la Fame. Di battaglia il suono Stridere udiste, e lancia contro lancia, Destrier contra destrieri? Anni di lunga Strage affrettando il destinato corso Vanno e per mezo alle serrate squadre La via mietendo. O voi di Giulio torri, Infamia eterna in Londra, da cotante

Notturne inique uccisïon pasciute, Di sua sposa la fede, e di suo padre Rispettate la fama, e al sacro capo Del mite usurpator deh! perdonate. Noi la rosa di neve alla nimica Sua di rossor dipinta e sopra e sotto Spargiam congiunta: di lor spine all’ombra Ecco in suo sangue avvoltolarsi appena Nato il cignal setoso. Or via, fratelli, Giù sul telajo maledetto curvi Nostra vendetta stampiam noi profonda, E la sentenza confermiamo intera. Vedi Odoardo! A repentino fato (Su! la trama tessiamo: è torto il filo) Del tuo cuor la meta per noi dannata. Tessuto è il drappo e già compita è l’opra. — Fermatevi, fermate! Ahi! non compianto, Non benedetto a lagrimar me solo Qui non lasciate. — In quel solco di luce Che tutto il cielo d’occidente infoca,

Sfumano già — spariti sono. — Oh quali Quali mai di Snodòno in su la vetta Lenti scendendo i radïanti lembi Delle lor vesti, sviluppar vegg’io Scene solenni! Oh! perdonate all’egro Ciglio, di gloria visïoni. E voi Non nate etadi, intorno all’alma mia Non v’affollate. Ecco finito il pianto Sovra perduto, è già gran tempo, Arturo. Tutti tutti salvete, o veri nostri Regi, o progenie di Bretagna, salve! Da molti e molti coronati i fianchi Prodi Baroni, le stellate fronti Ergon essi sublimi, e fan lor mostra Splendide donne e in maestà barbuta Gli antiquissimi Savj dello Stato. Un divino sembiante evvi nel mezzo! Del britanno lignaggio la proclama Altamente il suo ciglio, il portamento Qual da lïone, e il volto che temprato Soavemente alla virginea grazia, Riverenza comanda. Oh quali all’aura Tremano corde armoniose! Oh quali D’estro vocal concenti a lei d’intorno Van festeggiando! Oh dalla tomba ascolta Gran Taliessino! Ad animar tua polve Soffian essi uno spirto. Ecco ti chiama

L’estasi rilucente, e al ciel cantando Monta veloce, e nelle sue pupille Batte l’ali dipinte a più colori. Ritorna il verso ad adornar la cruda, La terribile guerra, e amor fedele E la severa verità vestita Di magica finzione. In coturnate Muovon cadenze squallido l’Affanno, La soave Tristezza, e Orror con essi, Del palpitante petto Orror tiranno. Qual del coro Cherubico una voce Dell’Edeno fiorito arrecan dolci L’aure su l’ali, e un modular lontano D’assai canti vien meno all’udir mio, Che muor perduto nel futuro immenso. Quella nube di sangue, uom pazzo ed empio, Cui tuo fiato innalzò, pensi che spento Abbia l’orbe del dì? Doman, domani L’aureo torrente ei riacquista, e doppio A riscaldar le genti il raggio invia. — Abbastanza per me: la differente Sentenza nostra che il destin prescrive, Io con tripudio io veggo già. Sia tua Disperazione, e la scettrata cura; Il trionfare, ed il morir sia mio. — Disse, e d’alto del monte in lo profondo Precipitoso dell’onda mugghiante Scagliossi in grembo dell’eterna notte.