Italian poem
III
by Giovanni Berchet (1783–1851)
Era sopito l’Esule; Era la notte oscura; Un altro il sogno. — Ei siede Svagato a una pianura. Stirpe di padri adulteri, Quivi trescar non vede, Ma catafratto un popolo Dalla battaglia uscir.
Quel che giurâr, l’attennero; Han combattuto, han vinto. Sotto il tallon dei forti Giace il Tedesco estinto. Ecco i dispersi accorrere Che scapigliati e smorti Cercan ridursi all’aquile, Chiaman sussidio al sir.
Egli? — è scampato. Il veggiono Nel bosco i suoi donzelli Le man recarsi al mento, Stracciarne i rossi velli; Mentre i lombardi cantici Col trïonfal concento A lui da tergo intimano Che qui non dee regnar.
Preda dei primi a irrompere Nel padiglion deserto, Ecco ostentar pel campo L’aurea collana e il serto; E la superba clamide, E delle borchie il lampo Ecco, a ludibrio, l’omero Di vil giumenta ornar.
Come tra i brandi, mistico Auspicio d’Israele, L’Arca del divin patto Con lor venìa fedele; Così la croce, indizio Dell’immortal riscatto, Cinta dal fior de’ militi, Qui sul Carroccio sta.
Ecco, i lor giachi sciogliere, Depor le cervelliere, E tutte intorno al Cristo Si riposâr le schiere. Eccole a Dio, cui temono, Prostrarsi, ed il conquisto Gli riferir dell’ardua Lombarda libertà.
Per la campagna, orribile Di morti e di morenti, Donne van mute in volta, Cercando impazïenti Quei che han mancato al novero Quando squillò a raccolta, Quando le madri accorsero Festanti ai vincitor.
E anch’essi han le lor lagrime; Figli dell’uomo anch’essi, Che aspira ai gaudi, e interi Non gli son mai concessi! Curve là donne ingegnansi D’intorno ad un che i fieri Spasimi di morte occupano Con l’ultimo pallor.
Sovra i nemici esanimi Ei si languìa caduto. L’hanno le pie sorretto: L’hanno tra’ suoi renduto.
Per tre ferite sanguina Rotto al guerriero il petto; Nè tuttavolta il rigido Pugno l’acciar lentò.
Ma non han detto al misero Che più non v’è cui fera? Che in tutto il campo sola Sventa la sua bandiera? Che, cui la fuga all’avide Lance lombarde invola, Perde il Ticino al valico, Li dà sommersi al Po?
Il sa che spose ai liberi, Madri d’angustia uscite Son queste che devote Bacian le sue ferite. Oh, quanta gioia irradia Le moribonde gote! Di qual conforto provida Rimerita il valor!
Presso a migrar, lo spirito Si stringe al cor; l’aïta, L’agita, il riconduce Al batter della vita: Gli occhi virtù ripigliano A comportar la luce; Odi, sul labbro valida Ferve la voce ancor! —
Dove son le tre nunzie de’ santi, Le colombe che uscir dall’altare? Con che bello, che fausto aleggiare Del Carroccio all’antenna salîr! Fur le bande nimiche allor viste Ceder campo, tremar del portento, E percosso da miro spavento Rovesciarsi il cavallo del sir.
Dio fu nosco. Al drappel de la Morte, Alla foga de’ carri falcati Ei fu guida, per chiane e fossati Impigliando gli avversi guerrier. Sì, Colui che par lento agli afflitti, È il Dio vigil che pugna per essi; Nel suo giorno ei solleva gli oppressi, Fa su i prenci il disprezzo cader.
Or m’udite! Al giaciglio de’ servi Questa rissa di sangue vi toglie: Saldi, eretti, rïarsi di voglie, Vi fa donni del vostro vigor. Ma vi affida un destin che v’è nuovo, Che vi sbalza su ignoti sentieri: A percorrerli voi, v’è mestieri Altro spirto comporvi, altro cor.
Oh! dannati que’ giorni quand’uomo Da qual fosse città peregrino, Per qual porta pigliasse il cammino, Uscìa verso un’esosa città! Non la siepe che l’orto v’impruna È il confin dell’Italia, o ringhiosi; Sono i monti il suo lembo: gli esosi Son le torme che vengon di là.
Le fiumane dei vostri valloni Si devian per correnti diverse; Ma nel mar tutte quante riverse, Perdon nome, e si abbraccian tra lor: Così voi, come il mar le lor acque, Tutti accolga un supremo pensiere, Tutti mesca e confonda un volere, L’odio al giogo d’estranio signor.
Le città, siccom’una con una, Abbian pace anche dentro; e l’insegni, Col deporre i profani disegni, L’uom che stola e manipol vestì.
Capitan, valvassor, cittadino Cessi ognun dei livori di parte. Il Lombardo che è scritto ad un’Arte, Non dispetti chi un’altra seguì.
Al fratel di più forte consiglio Chi vergogni obbedir non vi sia; Perchè nulla vergogna più ria Che obbedire al soldato stranier. Se un rettor, se un de’ consoli falla, Tollerate anche i guai dell’errore, Perchè nulla miseria maggiore Che in dominio d’estranei cader.
E voi, madri, crescete una prole Sobria, ingenua, pudica, operosa. Libertà mal costume non sposa, Per sozzure non mette mai piè. — Addio tutti.... Appressate al morente.... Ch’io mi posi a una destra vittrice. Cari miei, non mi dite infelice; Non piangete, o fratelli, per me.
Era allor da compiangermi, quando A scamparvi, per Dio! dal servaggio, Vi richiesi un dì sol di coraggio, E mi deste litigi e viltà! Tutto in gioia or mi torna, fin anco Se del tanto dolor mi ricordi. È il dolor che n’ha fatto concordi: La concordia vincenti ne fa.
Miser quei che in sua vita non colse Un fior mai dalla speme promesso! Quei che senza venirgli mai presso, Corse anelo, insistente ad un fin! Peggio ancor, se qui giunto com’io, Qui sul passo che sganna ogni illuso, Vôlto indietro, s’accorge confuso Ch’era iniquo il fornito cammin!
Ma la via ch’io mi scelsi, fu santa. Ma il dover ch’era il mio, l’ho compiuto. Questo dì ch’io volea, l’ho veduto: Or clemente m’accolga Chi ’l fe’! Qualche volta, pensose la sera, Mi rammentin le donne ai mariti: Qualche volta ne’ vostri conviti Sorga alcuno che dica di me.
— In parole fu acerbo con noi Fin che Italia nell’ozio si tenne. Quando il giorno dell’opre poi venne, Uno sguardo egli intorno girò; Pose in lance il servaggio e la morte; Eran pari; — e a Dio l’alma commise: In Pontida il suo sangue promise; Il suo sangue a Legnano versò.—