Italian poem
Il Romito del Cenisio (Lucas)
by Giovanni Berchet (1783–1851)
VIANDANTE alla ventura L’ardue nevi del Cenisio Un estranio superò; E dell’Itala pianura Al sorriso interminabile Dalla balza s’affacciò. Gli occhi alacri, i passi arditi, Subitaneo in lui rivelano Il tripudio del pensier. Meravigliano i Romiti, Quei che pavido il sorressero Su pe’ dubbj del sentier. Ma l’un d’essi, col dispetto D’uom crucciato da miserie, Rompe i gaudj al vïator, Esclamando: ‘ Maledetto Chi s’accosta senza piangere Alla terra del dolor! ’ Qual chi, scosso d’improvviso, Si risente d’un’ingiuria Che non sa di meritar: Tal sul vecchio del Cenisio Si risolse quell’estranio Scuro il guardo a saettar. Ma fu un lampo. — Del Romito Le pupille venerabili Una lagrima velò; E l’estranio, impietosito, Ne’ misteri di quell’anima, Sospettando, penetrò. Chè un dì a lui, nell’aule algenti, Là lontan sull’onda baltica, Dell’Italia andò un romor D’oppressori e di frementi, Di speranze e di dissidj, Di tumulti annunziator. Ma confuso, ma fugace Fu quel grido, e ratto a sperderlo La parola uscì dei re: Che narrò composta in pace Tutta Italia, ai troni immobili Plauder lieta e giurar fè. Ei pensava: ‘ Non è lieta, Non può stanza esser del giubilo Dove il pianto è al limitar. ’ Con inchiesta mansueta Tento il cor del Solitario, Che rispose al suo pregar: ‘ Non è lieta, ma pensosa: Non v’è plauso, ma silenzio; Non v’è pace, ma terror. Come il mar su cui si posa Sono immensi i guai d’Italia, Inesausto è il suo dolor. Libertà volle, ma stolta! Credè ai prenci; e osò commettere Ai lor giuri il suo voler. I suoi prenci l’han travolta, L’han ricinta di perfidie, L’han venduta allo stranier. Da quest’Alpi infino a Scilla La sua legge è il brando barbaro Che i suoi règoli invocar. Da quest’Alpi infino a Scilla È delitto amar la patria, È una colpa il sospirar. Una ciurma irrequïeta Scosse i cenci, e giù del Brennero Corse ai fori, e gli occupò; Trae le genti alla segreta, Dove, iroso, quei le giudica Che bugiardo le accusò. Guarda! I figli dell’affanno Sulla marra incurvi sudano, Va, ne interroga il sospir: — “Queste braccia,” ti diranno, “Scarne penano onde mietere Il tributo a un stranio sir.” Va, discendi, e le bandiere Cerca ai prodi, cerca i lauri Che all’Italia il pensier diè. — Son disciolte le sue schiere, È compresso il labbro ai savj, Stretto in ferri ai giusti il piè. Tolta ai solchi, alle officine, Delle madri al caro eloquio La robusta gioventù, Data, in rôcche peregrine, Alla verga del vil teutono Che l’edúchi a servitù. Cerca il brio delle sue genti All’Italia; i dì che furono Alle cento sue città. Dov’è il flauto che rammenti Le sue veglie, e delle vergini La danzante ilarità? Va ti bea de’ soli suoi, Godi l’aure, spira vivide Le fragranze de’ suoi fior; Ma, che pro de’ gaudj tuoi? Non avrai con chi dividerli: Il sospetto ha chiusi i cuor. Muti intorno degli alari Vedrai padri ai figli stringersi, Vedrai nuore impallidir Sullo strazio de’ lor cari, E fratelli membrar invidi I fratelli che fuggîr. Oh! perchè non posso anch’io, Colla mente ansia, fra gli esuli Il mio figlio rintracciar? O mio Silvio, o figlio mio, Perchè mai nell’incolpabile Tua coscienza ti fidar? Oh, l’improvvido! — l’han côlto Come agnello al suo presepio; E di mano al percussor Sol dai perfidi fu tolto, Perchè, avvinto in ceppi, il calice Beva lento del dolor; Dove un pio mai nol consola, Dove i giorni non gli numera Altro mai che l’alternar Delle scolte . . . ’ — La parola Sulle labbra qui del misero I singulti soffocâr. Di conforto lo sovviene, La man stende a lui l’estranio, Quei sul petto la serrò: Poi, com’uom che più ’l rattiene Più gli sgorga il pianto, all’eremo Col compagno s’avviò. Ahi! quell’alpe sì romita Può sottrarlo alle memorie, Può le angoscie in lui sopir Che dal turbin della vita, Dalle care consuetudini Disperato il dipartir? Come il voto che alla sera Fe’ il briaco nel convivio Rinnegato è al nuovo dì: Tal, sull’Itala frontiera, Dell’Italia il desiderio All’estranio in sen morì. A’ bei soli, a’ bei vigneti, Contristati dalle lagrime Che i tiranni fan versar, Ei preferse i tetri abeti, Le sue nebbie, ed i perpetui Aquiloni del suo mar.