Versos Italian Giovanni Boccaccio Alcesto e Acaten

Italian poem

Alcesto e Acaten

by (1313–1375)

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ALCESTO

Come Titan del seno dell’Aurora Esce, così con le mie pecorelle I monti cerco senza far dimora: E poi ch’i’ ho là su condotte quelle, Le nuove erbette della pietra uscite Per caro cibo pongo innanzi ad elle: Pasconsi quivi timidette e mite, E servan lor grassezza di tal forma Che non curan del lupo le ferite.

ACATEN

Io servo nelle mie tutt’altra norma; Sì come i pastor siculi, da’ quali Esempio prende ogni ben retta torma. Io non fatico loro a’ disuguali Poggi salire; ma ne’ pian copiosi D’erbe infinite do lor tante e tali, Che gli uberi di quelle fan sugosi Di tanto latte, ch’i’ non posso avere Vaso sì grande in cui tutto si posi. Nè i loro agnei ne posson tanto bere Ch’ancor più non ne avanzi. Et honne tante Ch’i’ non ne posso il numero sapere;

Nè perchè il lupo se ne porti alquante I’ non me ’n curo, tale è la pastura Che tosto più ne rende o altrettante. I’ do loro ombre di bella verdura, Nè con vincastro vo quelle battendo: Come le piace, ognuna ha di sè cura. Vicini ha molti rivi che correndo D’intorno vanno a loro, ove la sete Ispenta, poi la vanno raccendendo. Ma voi Arcadi sì poche n’avete, Che ’l numero v’è chiaro; e tanto affanno Donate lor, che tutte le perdete; E non che pascere ma elle non hanno Ne’ monti ber che basti: e pur pensate Di più saper che noi, con vostro danno.

ALCESTO

Le nostre in fonti chiare dirivate Di viva pietra beon con sapore Tal che le serva in lieta sanitate: Ma le tue molte tirano il licore Mescolato col limo, e tabefatte Corrompon l’altre e muoion con dolore. E le tue furibonde rozze e matte, Diversi cibi avendo a rugumare, Deboli e per ebrezza liquefatte Si rendono, e non posson perdurare In vita guari; et il lor latte è rio Nè può vitali agnei mai nutricare. Ma il cibo buono che il peculio mio Dalla pietra divelto pasce e gusta Lor poche serva buone; e ciò che io Ne mungo è saporoso. E quella angusta Fatica del salir le fa vogliose, E veder chiar dall’erba la locusta. L’aria del monte le fa copïose Di prole tal che ’n bene ogn’altro avanza, Poi l’empie d’anni e falle prosperose.

Et è sì lor per continova usanza Il sol leggier, che ciascuna più lieta È sotto lui che ’n altra dimoranza: Avvegna che quand’ei già caldo vieta Il cibo più, col mio suon le contento, Cui ciascheduna ascolta mansueta. Io guardo lor sollecito dal vento E nella notte vegghio sopra loro, Alla salute di ciascuna attento.

ACATEN

A me non cal vegghiando far dimoro Nè sampogna sonar; chè per sè sola Diletto prende ognuna in suo lavoro. Nè non mi curo s’alla mia parola Non ubbidiscon subito presente, Sol ch’io me n’empia la borsa e la gola. Com’io le guardo a chi ben le pon mente, Le tue veggendo, e ’l numero ne prende, All’avanzar mi fa più sofficiente; In che la cura nostra più s’accende Che ad aver poca gregge e vivace D’onde non tra’ si quanto l’uom vi spende. Che dirai qui? Or non parla ma tace Alcesto al mio cantar, però che vero Conosce quello, e già per vinto giace.

ALCESTO

Il tuo parlare è falso e non sincero, Perch’io non taccio nè credo esser vinto, Ma vincitor di qui partir mi spero. Tu hai il nostro canto in ciò sospinto, Chi è più ricco e chi più mandra tira; Dove di miglior guardia fu distinto Che cantassimo qui; la qual chi mira Con occhio alluminato di ragione Vedrà chi meglio intorno a ciò si gira.

ACATEN

Dunque a ciò conchïude la quistione: Chi più avanza, quelli ha me’ guardato E più sa del guardar la condizione.

ALCESTO

Non son da por già mai per acquistato I tuoi agnei, chè molti a tristo fine Si vede tosto, lasso, apparecchiato; Ma le mie poche, nell’alto confine Vivaci poste, e d’assalto sicure, Non curanti di lappole o di spine, E tutte fuor delle brutte misture, Bianche, con occhio chiaro, e conoscenti Di me che lor conduco alle pasture.

ACATEN

Tu fai come ti par tuoi argomenti: Ma molto è meglio delle mie il diletto Che l’util delle tue che sì aumenti. Quando vorrò, da cui mi fia interdetto Di su salire al monte? ove pasciute Assegni delle tue tanto perfetto.

ALCESTO

Da quelle erbacce gravi ritenute Nell’ampio ventre, ch’affamate e piene Sempre le tien, di salir fien tenute.

ACATEN

Queste son tue parole: nè conviene A te di me parlar, perchè non sai, Ne’ monti usato, e l’uso ancor ti tiene.

ALCESTO

Ne’ monti dov’io uso i’ apparai Da quelle Muse che già li guardaro, E nelle braccia lor crebbi e lattai. Ma tu più grosso ch’altro, in cui riparo Già mai senno non fece nè valenza, Tàciti omai: chè gli tuo’ versi amaro

Suon rendono a coloro a cui sentenza Come di savie stiamo: e la tua male Di pasturare qui difesa scienza Con altrui cerca coprirla di tale Mantel, che meco; chè tu se’ inimico Di greggia, più che guardia o mandriale; Di che ancora anderai tristo e mendico.