Versos Italian Giovanni Boccaccio Canto di Ameto

Italian poem

Canto di Ameto

by (1313–1375)

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Febo salito già a mezz’il cielo Con più dritto occhio ne mira, e raccorta L’ombra de’ corpi che gli si fan velo; E zefiro suave ne conforta Di lui fuggire e l’ombre seguitare. Fin che da lui men calda ne sia porta La luce sua, che nell’umido mare Ora si pasce et in terra pigliando Il cibo qual a sua deità pare. Et ogni fiera ascosa, ruminando Quel c’ha pasciuto nel giovane sole, Tien le caverne lui vecchio aspettando. Fra l’erbe si nascondon le vïole Per lo venuto caldo, e gli altri fiori Mostran bassati quanto lor ne duole. Nessun pastore or è rimasto fuori Ne’ campi aperti con le sue capelle, Ma sotto l’ombre mitigan gli ardori. Taccion le selve, e tace ciò che ’n quelle Suol far romore; e ciò che fu palese Al basso Febo or è nascoso in elle. Le reti ora per venti son distese; E gli archi per lo caldo risoluti Porger non possono or le gravi offese; Nè san sì forti aguale i ferri aguti Degli volanti strai, fatti ferventi Da’ caldi raggi allor sopravvenuti. E ciascheduna cosa i blandimenti Ora dell’ombre cerca. Ma tu sola, Lïa, trascorri per l’aure cocenti; E, trascorrendo, agli occhi miei s’imbola La vista della tua chiara bellezza, Che sol di sè ogn’or più mi dà gola. Deh! lascia omai degli monti l’altezza; Non infestar le selve e te con loro; Vieni a riposo della tua lassezza. Discendi a questi campi con quel coro Piacevole, che teco in compagnìa Suol sempre far grazïoso dimoro. Vedi qui l’acque, vedi qui l’ombrìa E i campi erbosi senza alcun difetto Fuor solamente che tu in essi sia. Adunque vieni; e l’usato diletto Prendi come tu suoli, e gli occhi miei Lieti rifa’ col tuo giocondo aspetto. Perdona a’ tuoi affanni; a’ quai vorrei Più tosto esser compagno che salire A far maggiore il numero de’ dèi. Perdona all’arco e a’ cani che seguire Più non ti possono, et omai discendi A questi prati, o caro mio disire. Qui dilettevoli ore a trar contendi; E ’l dilicato corpo all’ombre grate, Lieta posando, sopra l’erbe stendi. Qui, come suoli cantando altre fiate, Ne vieni omai: perchè dimori tanto Di render te all’ombre disïate? Le tue bellezze degne d’ogni canto Non posson esser tocche col mio metro Non degno a ciò; ma pur dironne alquanto. Tu se’ lucente e chiara più che ’l vetro, Et assai dolce più ch’uva matura Nel cuor ti sento ov’io sempre t’impetro. E sì come la palma in vêr l’altura Si stende, così tu, vie più vezzosa Che ’l giovinetto agnel nella pastura, E se’ più cara assai e grazïosa Che le fredde acque ai corpi faticati O che le fiamme a’ freddi o ch’altra cosa. E i tuoi capei più volte ho simigliati Di Cerere alle spoglie secche e bionde, D’intorno crespi, al tuo capo legati. E le tue parti ciascuna risponde Sì bene al tutto, e il tutto alle tue parti, Se non m’inganna quel che si nasconde, Che per sommo desìo sempre a mirarti Di grazia chiederei al sommo Giove Di star, sol ch’io non credessi noiarti. Dunque, se quella dea ti guida e muove Di cui tu già cantasti, vieni omai: Non è quest’ora a te d’essere altrove. Fa’ salve le bellezze che tu hai. Che dal calor dïurno offese sono Ogn’ora più che tu più istarai. Vieni, ch’io serbo a te giocondo dono; Chè io ho colto fiori in abbondanza, A gli occhi bei, d’odor soave e buono. E, sì come suol esser mia usanza, Le ciriege ti serbo; e già per poco Non si riscaldan per la tua istanza. Con queste, bianche e rosse come foco, Ti serbo gelse mandorle e susine, Fragole e bozzacchioni in questo loco, Belle peruzze e fichi sanza fine. E di tortole ho preso una nidata, Le più belle del mondo, piccoline, Con le quai tu potrai lunga fïata Prender sollazzo. Et ho due leprettini Pur testè tolti alla madre piagata Dall’arco mio, e son sì monnosini Che meritâr perdon veggendoli io. Et ho con lor tre cerbi piccolini, Che nelle reti entrati con disìo Per te gli presi; et ho molte altre cose, Le quai ti serbo, donna del cor mio: Pur che tu scendi tosto alle pietose Ombre, lasciando le selve, alle quali Non ti falla il tornar, quando noiose Non fien le fiamme, a seguir gli animali.