Italian poem
Al Re Umberto
In piedi, sei morto, tra i suoni dell’inno a cui bene si muore: in piedi: con palpiti buoni nel cuore, colpito nel cuore:
tra grida, più fiere che squilli, di Viva! sei morto: ed al vento tra gli altri cognati vessilli batteva il vessillo di Trento:
sul campo; nell’ultima sera guardando, tra i fremiti lieti, che cosa, o Re morto? Una schiera di giovani atleti.
Sul campo, sei morto, una mano levando alla fronte severa, vedendo da presso e lontano, vedendo, nell’ultima sera,
nell’ultimo istante, con gli occhi guizzanti una luce corusca di lancie d’ulani, con gli occhi velati dall’ombra di Busca,
vedendo — là tra la minaccia del nembo luceva una stella — sei morto vedendoti in faccia L’Italia novella.
Viveva l’Italia novella, viveva! e tu, Sire canuto, vedendo ch’ell’era assai bella, levavi la mano al saluto;
levavi al saluto la mano, scoprendoti il cuore... Nel cuore te un uomo — non era un ulano — trafisse... oh! il Quadrato che muore
per te!... Il gran mare ha il suo fondo: Re morto, tu eri mortale: chi grande nel mondo?... Nel mondo, di grande, c’è il Male!
C’è il Male che piange, che prega, ch’ha freddo, ch’ha fame; e quel Male
che accusa il fratello e rinnega la madre; quel Male ch’è male.
Il Male è sol quello che ride d’un lugubre riso di folle; il Male è sol quello che uccide, che tempra di sangue le zolle,
le zolle che poi gli empiranno la bocca, al Caino... ed esangue poi sente in eterno che sanno l’amaro del sangue.
Il Male è più grande di Dio! Dio scende; ma l’uomo infrange; Dio passa, Dio dice «Son io che piango in ogni uomo che piange!»;
ma presso il banchetto di vita c’è un pianto che ancora non varia; ma sordo trapassa il levita vicino al Gesù di Samaria;
ma niuno, nel mondo delle ire, di fronte al comune destino, niuno ama piuttosto morire Gesù, che Longino.
Oh! il Male! bramito di belva che in fondo al suo essere cupo ravvisa l’antica sua selva, ravvisa il nativo dirupo;
e fiuta, la belva; e già crede che sia l’avvenire che odora nell’ombra; e d’un lancio si vede postato all’agguato d’allora;
e l’ali vuol mettere e tenta l’abisso dei cieli, la fiera; e mostro, con l’ali, diventa, Vampiro e Chimera...
Tu Re, non vedesti. Con gli occhi guizzanti una luce corusca di lancie d’ulani, con gli occhi velati dall’ombra di Busca,
con gli occhi sì fieri e sì mesti, davanti una giovane schiera d’atleti, tu non la vedesti la ingorda di sangue Chimera
notturna, che sibila ed alia venendo e tornando dai morti... Tu, Re, salutavi l’Italia de’ Liberi e forti:
l’Italia che vive nel sole, che vuole i suoi rischi e i suoi vanti, le marre e le trombe, le scuole pensose e i cantieri sonanti:
l’Italia che spera, e s’adopra concorde al suo lucido fine, che foggia il suo fato, là, sopra le incudini delle officine:
l’Italia che già si disserra nel grande avvenire il suo varco, e avanti, sia pace sia guerra, San Giorgio o San Marco!
Lui, non lo vedesti: vedevi le vite d’Italia al lavoro: un grido, Fa quello che devi! correva sereno tra loro.
Vedevi le inerti paludi domate da squallidi eroi, che, come gli eroi sugli scudi, sul fieno riportano i suoi...
e lungi in un ultimo mare, sott’aspre costellazïoni, vedevi tre navi lottare coi gravi monsoni.
Va, giovane Italia: t’aspetta, ti chiama il tuo fato con voce d’angoscia. O salute o vendetta, s’hai l’aquila antica e la croce,
va, portala! L’aquila vede dall’alto la vasta pianura. La croce... e tu fanne, alla fede degli avi, la spada più pura!
Va, memore Italia, tra i primi tu giunta per ultima. Doma, costringi, e rialza e redimi! va, giovane Roma!
Lui... non lo vedesti. O Re forte, nell’anima calma e serena,
nel cuore cui pure la morte lasciava due palpiti appena,
lui, non lo vedesti; vedevi, lontano lontano, in un mare di ghiacci, tra pallide nevi, tra il cenere crepuscolare,
tra sibili sordi di vento, tra l’ombra e il silenzio, là, solo, vedevi un piroscafo lento dirigersi al Polo.
Va!... all’Ideale la barra! Va!... all’Ideale ch’è un punto, ch’è un nulla; e la morte lo sbarra; ma quando sei giunto... sei giunto!
Va, principe giovane e giovane Italia! Nel pelago eterno, va, cerca il tuo Polo; va, trova nel mondo infinito il tuo perno!
Va, in mezzo alla grigia bufera, va, dove s’incontra e s’indora con questa che sembra una sera, la subita aurora!