Italian poem
Il torcicollo
E dicea — Cincin...pota Cincin...pota — la cinciallegra; e un canto uscì dal prato d’erba lupina: un’altra voce nota.
Potava il babbo; lasciò star pennato forbici e torchi, e poi seguì, fischiando anch’esso un po’, l’altro messaggio alato.
Prese la vanga (questo era il comando dell’altro uccello) dalla punta d’oro; andò la bricia a tirar su, con Nando.
Poi spicciolò nel campo il suo tesoro di chicchi d’oro; e gli dicea, Fa piano!, quell’incessante piagnisteo canoro.
Dicea: — Bada! Il granturco non è grano: ben altra rappa nascerà da un chicco! — Quasi parea glieli contasse in mano,
dicendo: — A uno a uno! Non sei ricco! —
Poi l’ammoniva ch’era giunta l’ora di seminar la canipa. Ma poca! E tristo a lungo ripetea, Lavora!
Ei t’ubbidiva, o poverella fioca canipaiola: e seminò ben fitto, dicendo: “Non mai vince, chi non gioca.
Il più del seme ai passeri lo gitto per certo! È il meno che doventa tela„. Però d’intorno non s’udiva un zitto.
Ma il torcicollo a cui nulla si cela, avanti o dietro, e che giammai non erra, cantava pur la lunga sua querela.
Ei li vedeva, i figli della terra, color di terra, che tendean, gl’ingordi! Forse pensava: — E l’uomo muove guerra,
per via di loro, ai torcicolli e a’ tordi! —
Ma l’uomo fece un uomo d’una cappa e d’un cappello. “E’ vi darà buon conto!„ diceva: e se n’andò con la sua zappa.
Scesero allora i passeri. Il tramonto era dorato. Erano cento e cento... — Oh! il poveromo! Ha l’ali, al volo è pronto;
ma è confitto, e lo patulla il vento! —