Versos Italian Giovanni Pascoli La pecorella smarrita

Italian poem

La pecorella smarrita

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“Frate„ una voce gli diceva: “è l’ora che tu ti svegli. Alzati! La rugiada è su le foglie, e viene già l’aurora„.

Egli si alzava. “L’ombra si dirada nel cielo. Il cielo scende a goccia a goccia. Biancica, in terra, qua e là, la strada„.

S’incamminava. “Spunta dalla roccia un lungo stelo. In cima dello stelo, grave di guazza pende il fiore in boccia„.

S’inginocchiava. “Si dirompe il cielo! Albeggia Dio! Plaudite con le mani, pini de l’Hermon, cedri del Carmelo!„.

Tre volte il gallo battea l’ali. I cani squittìano in sogno. Le sei ali in croce egli vedea di seraphim lontani.

Sentiva in cuore il rombo della voce. Su lui, con le infinite stelle, lento, fluiva il cielo verso la sua foce.

Era il dì del Signore, era l’avvento. Spariva sotto baratri profondi colmi di stelle il tacito convento.

Mucchi di stelle, grappoli di mondi, nebbie di cosmi. Il frate disse: “O duce di nostra casa, vieni! Eccoci mondi„.

In quella immensa polvere di luce splendeano, occhi di draghi e di leoni, Vega, Deneb, Aldebaran, Polluce...

E il frate udì, fissando i milïoni d’astri, il vagito d’un agnello sperso là tra le grandi costellazïoni

nelle profondità dell’Universo...

E il dubbio entrò nel cuore tristo e pio. “Che sei tu, Terra, perchè in te si sveli tutto il mistero, e vi s’incarni Dio?

O Terra, l’uno tu non sei, che i Cieli sian l’altro! Non, del tuo Signor, sei l’orto con astri a fiori, e lunghi sguardi a steli!

Noi ti sappiamo. Non sei, Terra, il porto del mare in cui gli eterni astri si cullano... un astro sei, senza più luce, morto:

foglia secca d’un gruppo cui trastulla il vento eterno in mezzo all’infinito: scheggia, grano, favilla, atomo, nulla!„

Così pensava: al sommo del suo dito giungeva allora da una stella il raggio che da più di mille anni era partito.

E vide una fiammella in un villaggio lontano, a quelle di lassù confusa: udì lontano un dolce suon selvaggio.

Laggiù da una capanna semichiusa veniva il suono per la notte pura, il dolce suono d’una cornamusa.

E risonava tutta la pianura d’uno scalpiccio verso la capanna: forse pastori dalla lor pastura.

E il frate al suono dell’agreste canna ripensò quelle tante pecorelle che il pastor buono non di lor s’affanna:

tra i fuochi accesi stanno in pace, quelle, sicure là su la montagna bruna; e il pastor buono al lume delle stelle

quaggiù ne cerca intanto una, sol una...

“Sei tu quell’una, tu quell’una, o Terra! Sola, del santo monte, ove s’uccida, dove sia l’odio, dove sia la guerra;

dove di tristi lagrime s’intrida il pan di vita! Tu non sei che pianto versato in vano! Sangue sei, che grida!

E tu volesti Dio per te soltanto: volesti che scendesse sconosciuto nell’alta notte dal suo monte santo.

Tu lo volesti in forma d’un tuo bruto dal mal pensiero: e in una croce infame l’alzasti in vista del suo cielo muto„.

In cielo e in terra tremulo uno sciame era di luci. Andavano al lamento della zampogna e fasci avean di strame.

Ma il frate, andando, con un pio sgomento toccava appena la rea terra, appena guardava il folgorìo del firmamento:

quella nebbia di mondi, quella rena di Soli sparsi intorno alla Polare dentro la solitudine serena.

Ognun dei Soli nel tranquillo andare traeva seco i placidi pianeti come famiglie intorno al focolare:

oh! tutti savi, tutti buoni, queti, persino ignari, colassù, del male, che no, non s’ama, anche se niun lo vieti.

Sonava la zampogna pastorale. E Dio scendea la cerula pendice cercando in fondo dell’abisso astrale

la Terra, sola rea, sola infelice.