Versos Italian Giovanni Pascoli Pace!

Italian poem

Pace!

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Fratelli, venite, v’imploro, venite nel funebre chiuso. L’udite d’un rauco lavoro l’anelito vasto e confuso?... Becchini che scavano... E rossa la luce di fiaccole ch’erra nell’ombra; e ben grande è la fossa che s’apre annerando sotterra; ben molti son là su le bare, là muti tra il rauco anelare, che aspettano, in fila... Ribelli? Guardate, o fratelli!

Così pazïenti là, sopra le bare! che aspettano muti di scendere, al fin di quell’opra, là dove non sieno veduti mai più! Come forti le braccia pur ieri, come acri i ginocchi! Ma ieri era in lor la minaccia tra i denti, la guerra negli occhi, più nulla nei cuori, più nulla! nemmeno la povera culla,

gemente lontano... Ribelli? Guardate, o fratelli!

Dietro le palpebre, all’ombra, dormono gli occhi, che ingombra l’oblìo, che stupisce il mistero; ma sul pallore del viso vigila un fioco sorriso qual lampada in un cimitero; ma dalla fila pugnace, ma dai ribelli (oh! ribelli! ) s’alza un bisbiglio, ch’è grido! Fratelli! una parola sorridono: pace!

Chi spira nei giovani fieri quel soffio di voce sì pia? nel tremulo vecchio che ieri... cessò di tremare per via? nell’umile donna che ancora... l’aspettano i figli col pane? nei bimbi... destàti all’aurora da suon di mortai, di campane, da grida di festa?... Chi spira, fratelli, a quel pianto, a quell’ira, quel grido sì fievole e forte? Fratelli, la Morte.

È fremito pallido e grave sì come il sussurro soletto di suora che mormori l’Ave- marie presso un tacito letto; è romba d’ignote campane che cullano il mondo che dorme, lontane nell’aria e sì piane che appena vi lasciano l’orme; un impazïente nitrito che trema nel cielo infinito; un urlo improvviso alle porte, la voce tua, Morte!

Ella, o da presso ci parli col rodìo lieve de’ tarli notturni, o col bronzo dal cielo; dice: «O mortali! mortali! ch’al ventilare dell’ali mie, rabbrividite di gelo: ciò che un istante in me tace, tace per sempre. In cammino per la caligine sola, Caino, tu non l’udrai la parola di pace

mai più!» Così dice sommessa, ma udita: da lei chi lontano? non vista... Oh! vedetela! è dessa che brilla su l’ermo vulcano,

che il cielo coi fulmini accende, che rode all’abisso i pilastri, che mugge nei mari, che pende lassù taciturna dagli astri... Lasciate alla Morte la guerra! Voi, dite su l’umile terra: «S’io pur fui cattivo, sii buono tu dunque! perdono!»

Lasciate alla Morte la messe degli uomini! O popolo umano, nei campi che il fato ti elesse, tu mieti pensoso il tuo grano! Non sangue, non lagrime! Il sangue lasciatelo nelle sue vene! Schiudete la carcere esangue, sciogliete le ignave catene! Lasciate la morte alla Morte! Voi stando su l’orride porte gridate: «Tu sei ciò ch’io sono! fratello, io perdono!»

Astro del fato, cometa ch’erri nell’ombra inquieta cercando la fragile terra, astro, l’arrivi, e pur, muto senti che n’esce l’acuto bramire degli uomini in guerra: passi in un attimo, o face dell’infinito; sei lunge; quando nei ceruli spazi ti giunge l’ululo d’odi non sazi: poi... pace!