Italian poem
Ramuscello
by Giovanni Prati (1814–1884)
O ramuscel di mandorlo, quando su te si posa il cardellino, e ai limpidi rigagni e al ciel di rosa sparge la fresca e lieta anima di fanciullo e di poeta; o ramuscel, per magica arte io vorrei mutarmi nell’augellin che dondola su te, trillando carmi; su te, che spargi al vento la molle nebbia de’ tuoi fior d’argento. E lá, cantando il giovane mio tempo e i dolci inganni, le ingrate nevi e il cumulo non sentirei degli anni, Ma ognun la sua fatale stella ha sul capo; ed accusarla è male. Dunque, augellin, sul candido ramo tu resta e trilla; nella consunta lampada io sveglio una favilla e seguo, al tenue raggio, sonnambulo nell’ombra, il mio viaggio. E ad una pietra celtica, a un ipogeo latino, o sotto un dorio portico, o un arco bizantino, sogno; e domando al fiore ciò che resta nel mondo e ciò che muore. Sogno; e domando ai zefiri se, al di della procella, io seguirò la bussola d’Amalfi o la mia stella, e se il funereo altare troverò sulla tolda o in fondo al mare. Se in fondo al mar le naiadi, dopo il virgineo ballo, non mi daran sarcofago di perla o di corallo, ma, pari a mia fortuna, un letticciuol di poca aliga bruna; grato alle dèe, dal povero sepolcro, a quando a quando mi leverò, l’erratico Poseidón guardando; e mi parrá la vita sentir nella sonante onda infinita. Onda, del tutto origine, madre ed amante ignota, al cui tripudio il mistico Gange e il divino Eurota e l’ilice dircéa e il ramuscel di mandorlo si crea; onda, che sorgi ai palpiti di Febo innamorato, e al cardellin e all’aquila i nascimenti hai dato; onda nettunia, è pieno di sogni eterni chi ti dorme in seno.