Versos Italian Giovanni Prati Ricordi di una festa (canto di Rodolfo)

Italian poem

Ricordi di una festa (canto di Rodolfo)

by (1814–1884)

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Strappa, o gentil, dall’anima strappa l’immagin mia, s’ella vi resta ancor. Un dolce moto, un palpito fatal di simpatia non ci seduca il cor!

Spesso d’infauste lacrime amaro fonte arcano questi occhi miei solcò. Nei concitati gaudi d’un mondo iniquo e vano piú confidar non so.

Talché nel cor mi restano della tua cara voce i suoni, e gli occhi, e il vel, come di fiori un pallido serto alla ferrea croce di sconosciuto avel.

Ma nelle dubbie tenebre perché mi segui ancora, o immagine gentil? Deh! co’ miei tristi vesperi non mescolar l’aurora del tuo ridente april.

Eppur m’ascolta. Un tremito, quand’io ti penso, il viso trascolorar mi fa. Ah! perché mai gli oceani da me non han diviso questa fatal cittá?

Io de’ giocondi vortici m’infusi al rapimento, te sola a ricercar! Le strette consapevoli della tua man risento, e gelo in ricordar.

Di quelle tante fiaccole com’eran foschi i rai, indifferente il suon, smorte le gemme e gli abiti, quando, amor mio, trovai della tua voce il don.

Voluto avrei degli angeli i guardi e la favella, cara, per darli a te, e un nome eccelso, e il fascino d’una persona bella, e lo splendor d’un re.

Ma solo un cor restavami da molte pene afflitto, e non tel volli offrir. L’arbor avvezzo ai folgori, deve solingo e ritto sui monti isterilir.

Ma che tremori insoliti, che gioie intense e amare potesti in me svegliar, lasciando con lunga estasi le tue pupille care su me, in silenzio, errar!

Tutto da noi nell’aere, tranne le nostre salme, tutto vid’io vanir. Da quella cara ed intima comunion dell’alme chi ci potea rapir?

Non bieche larve, o strepito d’armi, o vulcani ardenti, o pelaghi in furor; non dei temuti arcangeli le tube onnipotenti nel giorno del Signor.

Cara!... Talor si volgono momenti di dolcezza cosí profonda al cor, ch’egli vorría dissolversi in quell’immensa ebbrezza, come per vampa il fior.

Momenti inenarrabili! or son passati; e forse non torneran mai piú. Sol Dio può far rivivere l’ore per noi trascorse, cara! non io, né tu.

Fuggi ed oblia. Terribili potenze in noi dispose bieca fortuna e amor; siam fulminati démoni, cinti i capei di rose, ma con l’abisso in cor.