Italian poem
Riva e il Garda
by Giovanni Prati (1814–1884)
Cittá gagliarda, cittá cortese, perla del Garda, figlia dell’italo nostro paese, d’olive e grappoli ricca e di fior;
terribil vergine, come a Dio piacque, cui vaste abbracciano montagne ed acque, di chi ti visita profondo amor;
spesso nell’umide notti stellate, dalle inamabili natie vallate, per loschi valichi, movendo a te,
sul fresco vertice del vicin clivo, ai rezzi tepidi di qualche olivo, fervente d’estasi rattenni il piè.
E tra me dissi, con gli occhi fissi sovresso il tremulo chiaror del lago: — Quanto sei vago, gentil paese! Sulle tue sponde quanta discese grazia del ciel!
Corso dai zeffiri, tócco dall’onde, stivato d’áncore quanto sei bel!
Dove fantastica la gioia impera, ride sul Bosforo Bisanzio altèra; si specchia Napoli nel suo Tirreno; Venezia palpita del mare in seno; sull onde Genova danzando va.
Tu meno splendida, tu meno grande, giaci ove l’ultimo suo lembo spande una penisola, che sconta in lacrime la sua beltá.
Ma, in tacit'angolo pur sí riposta, fra i cedri e i pampini che ti fan serto, chi a te si accosta sotto gli effluvi di ciel sí aperto, sente che l'agili aure d’Italia respira ancor.
Ché sol dov’Eno tra i cardi e l’erica serpe inameno, stridono i rididi venti, che abbattono la mente e il cor.
Oh, qual si mesce turba gioconda, ch’urta e rincresce lundo i tuoi portici, sulla tua sponda, nobili i sandali d’ausonia polvere, cara cittá!
Nome di patria, terror di vili, t’empie di spiriti novi e gentili. Fiammeggian l’anime; fervono l’opre; consente l’etere che del suo cerulo manto le copre; e in ferrei studi martelli picchiano, stridono incudi; e un verde e libero guerrier volante fuor balza, e vigila, come un amante, la tua beltá!
Premi all’indomito Benáco il dorso, campion dei vortici, divora il corso! Recami, oh! recami, le torri, e i floridi del Sermione campi a mirar;
a udir la tenera lesbia canzone, e, in doglia ascose, nude di balsami, pianger le rose, che i crini al flebile Catullo ornâr.
Desio mi punge, ritto tra i nuvoli, l’agil pinnacolo mirar da lunge, ove di Francia gemea sommessa la malinconica bella contessa, pensando i patrii fiumi e le glorie non revocabili dei prischi dí.
Vedute agli árbori le vele sciolte correre correre sul piano ondoso senza riposo, ahi! quante volte, nel disperato terror dell’anima, la illustre vedova avrá sclamato: — Addio, bei colli di Francia! addio, aurette molli del ciel natio! Portate, o rondini, questo mio grido nel dolce nido che mi nutrí! —
Dá’ tregua, o povera, a’ tuoi lamenti: eterni spirano qui intorno i venti. Forse nell’aere qualche straniero bel cavaliero
senti ’l tuo gemito; forse in silenzio sospira a te;
forse l’incognita tua bella imagine sorride e palpita nel cor d’un re.
Oh trasparenti palagi aerei, donde si esalano l’aure tepenti del cedro! Oh simboli devoti e sacri, sculti nel rigido sasso! Oh lavacri di Tuscolano nitente e snella, come ala morbida di pavoncella che guazza in mar!
Sotto le occidue nubi di rosa, quand’io vi scerno lontan lontano, o eccelse cupole della petrosa gentil Maderno, sulla fuggente onda dei secoli l’accesa mente gode varcar.
Forse qui intorno le indomit’ali disteser l’aquile del Tebro un giorno. Qui ruppe un sònito d’ardenti evviva, e i trionfali lauri si colsero da questa riva, e tra quest’etere d’aranci pieno, le vinte vergini premendo al seno, nei molli eloqui, nei dolci nodi si spense il torbido sangue dei prodi, e i formidabili sdegni tenaci morîr nei baci del vincitor.
Che val ch’io noveri le perle care che ti circondano, figlio del mare, Garda amoroso nel tuo riposo, Garda terribile nel tuo furor?
Ahi, come lugubri mugghiano i campi del ciel! Che obbliquo baglior di lampi! Perché sollevi quelle onde nere? Perché le lievi mobili aurette muti in bufere? Qual ti promette mercé la Invidia, se ne’ tuoi vortici naufrago andrò?
Ma non son vele cedenti e fragili, cui movi guerra, lago infedele; non corde e gómene, non remi ed alberi tolti dal vergine sen della terra. Lieve una spira di fumo ondívago castiga l’ira che ti agitò.
Odi che il sibilo de’ venti sfuma; tinta è dall’iride l’orrenda schiuma; dei lati gurgiti l’arco in sé piomba, la tigre indomita fatta è colomba. Cosí mi allegri gli occhi e lo spirito conca diafana, lago gentil!
Ma ne’ tuoi negri tumulti ancora freme e precipita l’anima mia. L’aure divora pregne dell’orrida disarmonia, e col perverso flutto, che s’alza, dal cor mi balza libero il verso; e, nella festa della tempesta, ardon le immagini, freme lo stil.
Addio, del ripido Ponal torrenti, gole nembose, frane imminenti! Come una naiade cinta di rose, sul vostro calle s’apre un’amabile romita valle. Ma rado albérgavi lo sguardo e l’anima del passeggier.
Se non che intrepidi per gli antri cupi, nei boschi inospiti, sull’erte rupi, col primo effluvio dei miti aprili, passano, volano veltri e fucili; e per le selve, nei cavi spechi le canne tuonano sopra le belve. Del suon dei corni squillano gli echi; di caccia adorni zaini e carnieri, ecco i bracchieri con l’ansie mute vincer le acute punte, ravvolgersi pei greppi infidi, balzar sui penduli sassi omicidi, ogni aspro salto spiccar dall’alto, vincere i triboli d’ogni sentier.
Ma, quando fervida suoni la ruota de’ cocchi, e gli erti balzi si rompano in calli aperti, verranno a stringerti, naiade ignota, de’ tuoi sí limpidi laghi al tepor,
quanti si piacciono di queste stanze, dove piú facili urtano i cuori le rimembranze; dove nell’estasi del desiderio trema il riverbero d’antichi amori; dove si lacrima sui patri tetti; dove piú forte con Dio ci legano gli eccelsi affetti che crea la morte; dove, cogli aliti di primavera, s’ama, si spera, si crede ancor.
Verde e pacifica valle, non io verrò sí celere le tue ridenti zolle a baciar;
perché lá dormono troppo recenti le meste ceneri del padre mio, che né molt’oro, né glebe dome da molto armento, ma il gran tesoro d’un casto nome nel gran momento seppe lasciar.
Cosí colorisi di qualche fiore la poca terra che ti ricovera, buon genitore! Trista è la guerra che i pii sostengono colla fortuna, ma dolce e provido, quasi un amico, presso la cuna sorge l’avel.
Cosí l’antico capo dell’esule brev’ora giace su onesti e poveri guanciali assiso: indi risvegliasi pieno di pace, bacia i suoi pargoli con un sorriso, e va nel ciel.
Riva gagliarda, cittá cortese, perla del Garda, figlia dell’italo nostro paese, cogli occhi in lacrime io riedo a te;
e alla progenie, che in nuove tempere da te procede, rammento i liberi tempi e la fede, le leggi e i carmi, gli altari e l'armi, le tombe e i mártiri che Dio ti die’.
Crescete, o figli, crescete ai nobili patri consigli! Rampogne il saggio vibrar non osa; non secca il fonte del buon coraggio, dove, operosa, fra cenci o porpore, sudi la fronte della Virtú.
Quest’aure piene di arcani palpiti, queste serene sponde, quest’ampio bacino azzurro, questo di musiche dolce susurro, tutto v’inanimi, fraterni spiriti, a rifar l'inclito tempo che fu.
Passa dei secoli l’onda infedele, mescendo ai popoli stille d’ambrosia, nappi di fiele. Ma il sol, che valica
verso occidente, l’aure desidera dell’oriente, dove l’Aurora nei vacui talami poco si accora, perché omai reduci pei curvi calli gl’ignei cavalli sente arrivar.
Cadon le stelle, muoiono i fiori; ma quindi nascono queste piú belle, quei piú mirabili d’ombre e colori. Tutto risuscita quanto si perde; dall’erba al platano tutto rinverde; sin nella tenebra scintilla il giorno; tutto è vittoria, tutto è ritorno; dal Faro al Brennero sperate unanimi; anche la gloria dee ritornar.
Me nella tacita Dasindo assale talor di Pindaro l’aura immortale, quando, tra i vortici d’olimpia polvere,
al giovinetto fervea profetico l’inno nel petto; l’inno, cui d’Elide l’aura perpetua risponderá.
E, quando un fremito di patria festa dagli inamabili tedi mi desta, io, che pur amo questo sacrato nido, ove dormono Ferrucci e Procida, Dante e Torquato, io sorgo e sclamo nel vergin impeto della pietá:
— Bella è l’Italia, bella, siccome un viso d’angelo pien di tristezza! È vile, è barbaro chi la fa piangere; piú vil, più barbaro chi la disprezza! Dolce è il suo nome, come un saluto di afflitta vergine, ch’abbia perduto l’antico onor.
Ma in molli tempre quel suo divino nome pur sempre, flebile o lieta, sveglia la cetera d’ogni poeta; geme nei pianti del pellegrino; suona nei canti del pescator. —