Italian poem
Vendetta slava
by Giovanni Prati (1814–1884)
— Dio! che perfida bufera ci perseguita alle spalle! — Via pei boschi e per la valle, che tremendo lampeggiar! — L’aria è fatta tanto nera, mugge e balza come un mar! —
Cosí tornano i fratelli come il turbine li manda; posan taciti da banda carabine e yatagan; e stridea per li cancelli la corría dell’uragan.
— Dio! che notte! Da lontano mugge sempre la pianura. — Scompigliata è la natura, quel che avvenga io non lo so. Ma per certo il sangue umano questa notte si versò.
— L’hai veduta?... a nero cinta, la reina degli spetri? passò via traverso i vetri, con un lampo è stata qui; in quel lampo s’è dipinta su pel muro, e poi sparí.
— Misco, Misco! è sempre amara la sua visita, anche corta. Senti. Battono alla porta: sará qualche passeggier. — Va’, Iubmiro; e tu prepara legne e fuoco e un buon bicchier.
— Guarda, Ivano, a quelli appesi vestimenti. Or via, rispondi. Non ti par che il sangue grondi come un vivido ruscel? — È il baglior dei lampi accesi; sei fantastico, o fratel. —
Il lor padre, onor di slavi, indossò quel vestimento nella notte che fu spento da un incognito kramar; ed or pende dalle travi la vendetta ad aspettar.
— Entra pure, o viandante: t’ha sorgiunto la tempesta. — Non è nova una tal festa per chi nacque montanar. — Bevi e scáldati le piante; è ospitale il focolar.
Ma, per Dio! dal capo ai piedi polsi ed ossa un gel t’investe. Perché guardi a quella veste lá su in alto? Or via! fa’ cor. Sangue è ben quel che tu vedi; ti dá il sangue assai terror?
— Quelle macchie antiche ed adre, quella veste io la ravviso. Che pallor vi copre il viso? Su! cessate di stupir; su! chiamate il vostro padre. S’io qui sono, ei dee venir... —
Quel kramaro avea perduto la sua figlia, la sua Lida; ramingante ed omicida, non sapeva in che sperar; e lá dentro era venuto la sua tomba a dimandar.
Strepitava allor piú forte la bufera, a cupi schianti. In sei destre fulminanti l’òr dell’elsa scintillò; e lo spettro della morte su quei vetri ancor passò.
Ma il primo nato di quei fratelli pose col guardo freno a’ coltelli, che giá brillavano mezzo nudati, per avventarsi dell’uomo al cor. — Fratelli, indietro! Sian rispettati gli ordini estremi del genitor.
Non vi rammenta quel che ci ha detto, quando spirava lá su quel letto? — Figli, se l’orma del pellegrino alle mie soglie s’accosterá, dategli il fuoco, dategli il vino, dategli il pane che Dio vi dá.
E se anche fosse di membri snelli, riccio di barba, fulvi i capelli, e giú nel petto fonda la voce (perch’egli è quello che mi atterrò), figli, vi avviso, per questa croce, sacra è la testa che si ospitò. —
Fratelli, il detto del moribondo pesa due volte nell’altro mondo; cosí è passato. Per leggi arcane cosí gli eventi si maturâr. O viandante, mangia il mio pane, va’ sul mio letto. Puoi riposar.
— Buon giovinetto, sei generoso; ma non vo’ pane, non vo’ riposo. Queste tue mura mi pesan sopra, serrarmi in gola sento il respir. Io vo’ all’aperto. Se di qualch’opra ti corre il debito... vienlo a compir.
— Senti, kramaro: tu sei gagliardo, mel dice il lampo c’hai nello sguardo. Ma veder lascia, mi ti avvicina... Contro un inerme? mi guardi il ciel! Tu non hai daga né carabina; prenditi questa del mio fratel.
E, oltrepassati la siepe e il fosso, fischia, per dirmi ch’io venir posso. C’è gran tumulto per l’aria nera, ma acute orecchie stanotte io m’ho. Tra i mille fischi della bufera, il tuo, kramaro, distinguerò. —
Tacevan tutti. Con gesto amaro scosse la testa, partí il kramaro. — Yvan, ti cedo pecore e buoi. — Casa e campagne ti cedo, Iván, se a me il tuo colpo ceder tu vuoi. — Per Dio! fratelli, pregate invan.
— Senti tu un fischio? — Fischio non sento; è un rumor lieve fatto dal vento. — Traverso i vetri la vòlta acuta suonò repente d’altro rumor. — Addio, fratelli; l’ora è venuta; il mio retaggio vado a raccôr. —
E a’ suoi fratelli strinse la mano, scese alla porta, calò nel piano. Mesto il kramaro guardollo in volto: pensava al tempo de’ lieti dí! E con un atto pietoso molto: — Fanciul, sí presto? fanciul, sei qui?...
Perdona: il fischio me l’ho scordato; pensavo agli anni del mio passato. Oh, la mia Lida! la figlia mia, cosí per tempo dovea mancar! Ah! se una rosa trovi per via, caro fanciullo, non la sfogliar.
— Non siam venuti qui per trastullo, kramar. Non darmi piú del fanciullo. Tremendo è il voto che porto in petto; raccogli l’arma che ti sta al piè. — Prendimi in mira, buon giovinetto! l’ora e la notte tutto è per te.
Gli occhi tuoi belli son rilucenti come le stelle dei firmamenti. Non sará detto che a figlie e spose io tolsi il raggio di tanto amor! Son le tue guance come due rose; fiorir pei baci devono ancor.
Che se una donna figliuol t’appella, se hai la ricchezza d’una sorella, eternamente lor vivi accanto... Ma compi il voto che in cor ti sta. — Ah!... dentro agli occhi m’hai messo il pianto: crudel kramaro, non hai pietá!
Prendi quell’arma! — Pensoso l’uomo ristette alquanto: poi vide un pomo lucente ai rami. Da terra tolse l’arma; e piú motto non pronunciò. Verso quel frutto la mira volse, e di due colpi l’aria tremò.
In quell’istante, serene e belle, su pel convesso ridean le stelle. Il roseo pomo cadde colpito; cadde il kramaro percosso al cor. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . E il giorno dopo fu seppellito il vestimento del genitor.