Versos Italian Girolamo Baruffaldi Sù, sù presti

Italian poem

Sù, sù presti

by (1675–1755)

Listen in the reader

SÙ, sù presti Snelli e lesti I corsieri mettan l’ale, E lasciando il freno e il morso» A tirar volin sul corso Un bel carro trìonfale: Noi frattanto la mam diamci, Sù d’un bivio soffermianci, E guatiam quanti girino intorno Pel contorno Lontani dai vicoli Carri e veicoli Basterne e bighe Birbe e quadrighe Sterzi e Cupè Pomposissimi, e da Re. Nè più bei ressero unquanco Per le strade d’Ilìone O Patròclo, o Autumedone, Allor quando, il debil fianco Dopo mille guerre e mille Riposava il fiero Achille. Ma fra le tante, Che vanno innante Ricigolando Scricchiolando e scalpitando, Sola quest’una Biga pomposa Come centro in se raduna Il bel fior d’ogn’altra cosa. Tutte avanza In maggioranza Quest’onorifico Plaustro volante, Questo magnifico Questo gigante Superbo cocchio, Questo dell’occhio Diletto effimero. Questo instancabil Germanico Swimero. Sopra quattro obeliscose, E striate e noderose, Ma gentili colonette Sgolate e strette, Come quattro forti braccia, Due per faccia Una testuggine Color di ruggine Nera nerissima E pulitissima Con doghe e costole Stese in tetragono Od in ottagono, Come Ciel che fermo posisi, Stassi avvinta a quattro cardini. Anzi del Cielo in ritratto e in figura, Opra di rara famosa scultura, Per quanti angoli spuntanle intorno, Sul gentil scanalato contorno Alza in nuova bizzarra maniera Di più mostri una lucida schiera, Che Lisippo Lisia Piti Egia e Pepippo E i perfetti aurigomastri Disser pomoli, e son astri. Quindi giù scende La macchinuccia, Che si distende Dal sommo scapo, E a poco a poco Nell’imoscapo Del basso loco Tante minute Spire e volute Fuora porgendo, Quante un orrendo Serpe ne forma Colto da grave rota allor che dorma. L’arte pittrice, Della Natura Imitatrice, Copre al di fuore Ogni giuntura D’oro e colore, E grotteschi e chimere impossibili, E impercettibili Cose l’una all’altre accozza, Fior frondi erbe e frutti abbozza D’un verde-antico Colore aprico D’un chiaro scuro Color non puro Di giallo in giallo, E in questo e in quello Breve intervallo, Dove il pennello Più s’ingalluzza, Qualche testuzza Fuori ne sbuccia, Che per carnuccia, E rassembra Lampetusa O Medusa O il vago Adone O Narciso o Endimione, O un leone o un agno o un capro O ’l centauro o ’l semicapro E ’l ciclopo o la ciclopa O a caval del toro Europa, Con quel più che ai nostri giorni Negl’Italici contorni A far rustico il paese Ne portò l’uso Chinese Che ben sembra uso moderno; Ma s’io scerno La soffitta e l’orticello Del Castello Egli è un uso antico e stracco, Quanto Giotto e Buffalmacco. Or di questo Castel mobile Sta il più nobile Nel legger il suo portamento, Sì che voli a par col vento: Perciò tutto di guinzaglj E di fasce e di fregj e d’intaglj Sottilissimi l’ornaro Quei, che primi in Italia il portaro, Talchè tutto gondolando Tracollando Barcollando Penzolando più che puote E ondeggiando sulle rote Par, che inviti nel gran mare Popolare Tutti quanti Degli Amanti i sospiri e le smanie, E di tutti i deliri e le insanie, I deliri le insanie i furori, I furori dei donne-amatori, A dar voga al leggero navilio Perchè vada in visibilio. Ma non sia poi che si doglia, E le grida O le strida Alzi forte se s’imbroglia, O si cozze Nell’altr’ordin di carrozze In balìa de’ suoi cavalli; Talchè infrangansi i cristalli, O disconpongasi in quel duro istante Il padiglione del bel guardifante, O si rinnovi per alto giudizio Di Fetonte il precipizio; Perchè tanto è lo splendore, Che di voi donne gentili Dal bel carro sbocca fùore, Che i cavalli signorili Strascinando un sì gran lume Metton piume, E superbi oltre il costume Fin colà dal lido Eoo Eto sfidano e Piroo; E del novo cocchio augusto, Benchè angusto, La superba onorifica mole Move invidia al bel carro del Sole.