Versos Italian Girolamo Baruffaldi Fin che tien scettro reale

Italian poem

Fin che tien scettro reale

by (1675–1755)

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FIN che tien scettro reale Carnovale, Che ogni triste amor disecca Sù si voli alla Giovecca A far corte al Baccanale. Sulla strada arcireale Giusto è ben, che un dì ritorni Il seren de’ prischi giorni, Il girar del Baccanale. E già mercè colui che noi governa Mercè colui che impera, ecco dell’anno L’auree costume i lieti giorni alterna, E l’età prime rifiorir si fanno. Già sotto’l vel d’obblivione eterna Sta la memoria del sofferto danno, E in lui, che rasserena ovunque mira, La gran donna del Po lieta respira. Ecco là dal bel boschetto Ombrosetto, Vago ostello Di Lisargo pastorello, Spunta fuor in ordinanza Tutta in danza La gran turba pampinifera Ederifera Bacchifera Sollazzevole e baccante, E per mezzo alla contrada Tiene a bada La masnada Della gente scioperata Strabiliata Incantata, Come biscia al Negromante. Sù, sù largo alla blla brigata, Par che gridin le trombe foriere; E ripiglia su lento destriere: Largo largo una gran timballata, Che sul talaballacco alla moresca Batte la nota, e ’l popol tutto adesca. Di Satirucci Barbatucci orecchiutellucci, D’ogni pelo e d’ogni forma, Segue poi l’ispida torma, Battendo nacchere Girando il crotalo, Scuotendo il cembalo, Toccando il piffero, E siringhe e flauti e timpani, Cornamuse sistri e zufoli. Chi soffia, chi gonfia, Chi batte, chi mormora, E rimbomba quella via Di confusa melodìa Di stragrande salmerìa. D’edera cinto e di pampinea fronda Ecco ’l drapello Leggiadro e bello Delle Baccanti Lussurianti, Come l’api intorno a Re: Alternando gli evoè, Ognun segua Bacco te, Bacco Bacco evoè, Viva Bacco nostro Re. Largo largo alle Bassaridi Mimallonidi Triateridi Alle Tracie Menadi Eleìde, Che sì traffellano, E si Sto arrivando!andellano La man sciolta e il piè succinte, Di bei pampini strettocinte, Co’ vicini Porporini Scarlattini Mattacini, Che di volo Su d’un piè solo Spiccan alti Carole e salti; E le braccia divincolando, Saltellando ballando guizzando, Percotendo scotendo agitando L’ederocorimbifera corona De’ bronzini Sonaglini Tutta l’ampla e real strada risuona. Ma che veggio? Buon per me! Ecco i Fauni per mia fè Carchi d’urne, ma non so Se siam piene o sì, o nò: Pure ardir, chi sa, chi sa? Una almen piena sarà; Che di Bacco l’equipaggio Senza vin non va in viaggio. Alla vista di quell’anfora Mi si sveglia un pizzicore Un ardore Sulla lingua e dentro ’l cuore, Che m’abbruccio, come canfora, E grido subito Come frenetico: Oh per me serbisi Sola una gocciola Di quel buon nettare, Di quell’ambrosia Prelibatissima Sola una gocciola: Ma un vecchio Satiro, Che per custodia Dell’urne vigila, Risponde in collera Col tirso in aria, Che non de’ intingere Mio vile esofago Umor sì nobile: Al Dio del vino il riserbar le vigne, E le stelle benigne. E in così dire alto m’accenna, ed oh! Io vidi allor premer gli argentei velli Del celeste capron barbuto ed ispido Un Dio, non mica un Dio Della plebe selvaggia degli Dei, Ma fra i più furibondi il più indomabile Il più fiero e formidabile: Vidi ’l Nume Bassarèo Euchionèo Dicèo Mellèo Semelèo Cadmèo Brisèo Nitilèo Agenorèo, Il feroce, l’indomito Lièo, Dionisio arcipotente Domator dell’Orìente, Bacco eterno rosseggiante, E spumante, Pingue tronfo e pettoruto, Che un saluto Un sorriso a lieto viso Non dimostra e non dispensa Alla turba folta e immensa, Che d’intornò a lui si prostra; Ma superbo e forte in sella Si puntella, E la mano con la patera Di vin piena brillantissimo Alza e versa e cionca e ciombola, Di se stesso fidatissimo, Che per ber non farà tombola. Finchè io bevo d’uva forte Io non vuo’ temer di morte: Tema sol chi s’avviluppa, E s’inzuppa Nella truppa De’ vin aspri minerali Bestiali, Che assaliscono, Che imbestialiscono, Che vi conquassano, Che insatanassano, Che fendon l’anima, Che disfan gli uomini E gli fan matti o lunatici Furiosi ebbri o selvatici Gli Artimini, I Pomini, I Claretti e i Montalcini, E gli asprini Sono vini, Son liquori Assassini Traditori, Che lusingano e v’ammazzano Nel più bel potatorio D’omicidio proditorio. Lascio i vini amari e cotti Ai palati Sassengotti; Tutt’i vini oltramontani Dono agli Ussari e ai Prussiani; Salvolatili e bitumi Se gl’ingoino dell’Erebo i Numi: Moscadello e Lamporecchio Chi ne vuol lo beva a secchio, E s’immerga nel Trebbiano, O nell’Ambra o in San Lorano Fin che ha occhi fuor di testa, Che bevanda per me non fu mai questa. I’ vuo’ ber, grida Bacco, oro potabile, Voglio vino che sia amabile, Voglio vin di buon sapore, Animallegratore, Quintessenza Di Voghenza Ambra nera Di Voghiera: Vuo’ rubin del Verginese, Che fa credito al paese, Del recente e del gagliardo, Che si spreme in Belriguardo: Vuo’ bicchier di quel di Cona, Che fra tutti ha la corona; E di quel ne vuo’ una pentola Che vindemmiasi in Bucentola: Poi ne voglio per conforto Un bicchier di quel di Porto; Che com’è Porto maggiore Ha il maggior d’ogni sapore: Ma di quel di Quartesana, Quartesana prediletta Di Cluento stanza eletta, Non mi basta una fiumana, Fra Medelana e fra ’l Boattino Vuo’ ingojarne più d’un tino; Vuo’ che s’empiano i miei maggior vasi Con il nettare de’ Masi. O sia nero o pur sia bianco Voglio ber fin ch’io sia stanco Voglio ber fin ch’io sia caldo Il mellifluo liquor, che stilla in Gualdo. Voglio insomma, o si ceni o si desine, Il delicato vin del mio Polesine, Dov’io vindemmio lietamente, e dove Ambrosia e nettar non invidio a Giove. Mi ridea del Gallispano Quando fu coll’arme in mano A recidere i miei tralci: Perchè avvinti ai debol salci, O all’elettro o alla nocella, Ei diceva in sua favella: »Cet vein est si foible et peu piqué »Che d’abord je l’ai beu il est passé Passa è vero il sottilissimo Leggerissimo Ferrarese vin balsamico, Cocciniglia viva e brillante; E una tazza festiva spumante Non v’atterra, Non fa guerra Alle viscere od al cerebro; Ma v’alletta vi nutre e ricrea, Più che ’l Montepulciano o la Verdea. Ben lo sa la gente Lanza, Che per bere ha gran possanza; E a decider dei vin la corona Ne sa più che un dottor di Sorbona. Co’ miei pampini io la avvinsi, E la strinsi, Tal che l’ira deposta ed il brando Tutta andava festosa gridando: »Trinche trinche de Campulache, »Cente pocale niz imbriache. Che ho da far di que’ solfi stillati, Che in eterno imprigionano i sensi, E fan gli occhj tra aperti e serrati, E gli spirti fan tardi e melensi? Questo vin di mia campagna Non m’incendia, ma mi bagna, M’ingentilisce, M’incoraggisce E se m’empie di ciarle la bocca, Il cervello però nol tocca; Ma sta forte entro sua rocca, Mi fa ridevole E solazzevole, Sempre son quello nè mai son altro, Fuor dell’uso allegro e scaltro. Se la barca pende all’orza La ragion mai non s’ammorza; Si rinforza e si raddrizza; E barcolando si corre la lizza. Alta la fronte, gli occhj lucenti, Rosse la guancie, le labbra ridenti Sono segni aperti e chiari, Che nel cuor fuman gli altari. Ma però ben si può senza indugio Dell’ostello trovare il pertugio, E sdrajarsi sulle piume Finchè sorga nuovo lume, E così senza ch’altri s’avveggia Bonacciare il cervello, che ondeggia Perchè tutto il mio mal si suol dividere In dormir ciarlar e ridere. Così gridando, E tracannando Del vino il Re, Risponde il Coro Lieto e canoro: Ogn’un segua Bacco te Evoè, evoè, evoè, Bacco, Bacco, evoè, Viva Bacco nostro Re. Tal passa il bel trìonfo, e al tuo cospetto Giunto il gran Nume, alto imbrandisce un vetro E la lingua sfidando a nuovo metro, Col grondante calicione Ritto in piè ti fa ragione: Signor, cui ’i Ciel donò per nostra cura, E me chiamasti da sì lungo bando, Questa a tuo pro tazza brillante e pura Di stemprato rubino io vò libando Te salvi ’l Ciel per tua maggior ventura, E serbi a noi tuo signor il comando: Più, tua mercè l’antico duol non torni, E duri in pace il rifiorir de’ giorni. Il così esprimere,. E ’l vino spandere, E ’l vetro frangere Fu lo stessissimo Medesimissimo, Che fè ripetere Quel Coro armonico Per tutti i vicoli E diverticoli Con voci altissime L’antico Prologo. Fin che tien scettro reale Carnovale, Che ogni tristo umor disecca, Si voli alla Giovecca A far corte al Baccanale.