Italian poem
Gli Umanitari
Ecco il Genio Umanitario Che del mondo stazionario Unge le carrucole.
Per finir la vecchia lite Tra noi, bestie incivilite Sempre un po’ selvatiche;
Coll’idea d’essere Orfeo Vuol mestare in un cibreo L’Universo e reliqua.
Al ronzio di quella lira Ci uniremo, gira gira, Tutti in un gomitolo.
Varietà d’usi e di clima Le son fisime di prima; È mutata l’aria.
I deserti, i monti, i mari, Son confini da Lunari, Sogni di geografi.
Col vapore e coi palloni Troveremo gli scorcioni Anco nelle nuvole;
Ogni tanto, se ci pare, Scapperemo a desinare Sotto, qui agli Antipodi;
E ne’ gemini emisferi Ci uniremo bianchi e neri: Bene! che bei posteri!
Nascerà di cani e gatti Una razza di Mulatti Proprio in corpo e in anima.
La scacchiera d’Arlecchino Sarà il nostro figurino, Simbolo dell’indole.
(Già per questo il Gran Sultano Fe la giubba al Mussulmano A coda di rondine!)
Bel gabbione di fratelli! Di tirarci pe’ capelli Smetteremo all’ultimo.
Sarà inutile il cannone; Morirem d’indigestione, Anzi di nullaggine.
La fiaccona generale Per la storia universale Farà molto comodo.
Io non so se il regno umano Deve aver Papa e Sovrano; Ma se ci hanno a essere,
Il Monarca sarà probo E discreto: un re del globo Saprà star ne’ limiti.
Ed il capo della Fede? Consoliamoci, si crede Che sarà Cattolico.
Finirà, se Dio vuole, Questa guerra di parole, Guerra da pettegoli.
Finirà: sarà parlata Una lingua mescolata, Tutta frasi aeree;
E già già da certi tali Nei poemi e nei giornali Si comincia a scrivere.
Il puntiglio discortese Di tener dal suo paese, Sparirà tra gli uomini.
Lo chez-nous d’un vagabondo Vorrà dire in questo mondo, Non a casa al diavolo.
Tu, gelosa ipocondria, Che m’inchiodi a casa mia, Escimi dal fegato;
E tu pur chetati, o Musa, Che mi secchi colla scusa Dell’amor di Patria.
Son figliuol dell’Universo, E mi sembra tempo perso Scriver per l’Italia.
Cari miei concittadini, Non prendiamo per confini L’Alpi e la Sicilia.
S’ha da star qui rattrappiti Sul terren che ci ha nutriti? O che siamo cavoli?
Qua o là nascere adesso, Figuratevi, è lo stesso: Io mi credo Tartaro.
Perchè far razza tra noi? Non è scrupolo da voi: Abbracciamo i Barbari!
Un pensier cosmopolita Ci moltiplichi la vita, E ci slarghi il cranio.
Il cuor nostro accartocciato, Nel sentirsi dilatato, Cesserà di battere.
Così sia: certe battute Fanno male alla salute; Ci è da dare in tisico.
Su venite, io sto per uno; Son di tutti e di nessuno; Non mi vo’ confondere.
Nella gran cittadinanza, Picchia e mena, ho la speranza Di veder le scimmie.
Sì sì, tutto un zibaldone: Alla barba di Platone Ecco la Repubblica!