Italian poem
Per il primo Congresso dei Dotti
Di sì nobile Congresso Si rallegra con sè stesso Tutto l’uman genere.
Tra i Potenti della penna Non si tratta, come a Vienna, D’allottare i popoli.
E per questo un Tirannetto Da quattordici al duetto Grida: oh che spropositi!
Questo Principe toscano, Per tedesco e per sovrano, Ciurla un po’ nel manico.
Lasciar fare a chi fa bene? Ma badate se conviene! Via, non è da Principe.
Inter nos, la tolleranza È una vera sconcordanza, Cosa che dà scandalo.
Non siam re mica in Siberia: Dio ’l volesse! Oh che miseria Cavalcar l’Italia!
Qui, nell’aria, nel terreno. Chi lo sa? c’è del veleno: Buscherato il genio!
Un’Altezza di talento Questo bel ragionamento Faccia a sè medesimo:
Se la stessa teoria Segue, salvo l’eresia, Il morale e il fisico;
Anco il lume di ragione, Per virtù dì riflessione, Cresce e si moltiplica.
E siccome a chi governa È nemica la lanterna Che portò Dïogene,
Dal mio Stato felicissimo (Che per grazia dell’Altissimo Serbo nelle tenebre)
Imporrò con un decreto Che chi puzza d’alfabeto Torni indietro subito;
E proseguano il viaggio, Purchè paghino il pedaggio, Solamente gli asini.
Ma quel matto di Granduca Di tener la gente ciuca Non conosce il bandolo.
Qualche birba lo consiglia; O il mestare è di famiglia Vizio ereditario.
Guardi me che so il mestiere, E che faccio il mio dovere Propagando gli ebeti.
Per antidoto al progresso, Al mio popolo ho concesso Di non saper leggere.
Educato all’ignoranza, Serva, paghi, e me n’avanza: Regnerò con comodo.
Sì, son Vandalo d’origine, E proteggo la caligine, E rinculo il secolo.
Maledetto l’Ateneo Che festeggia il Galileo, Benedetto l’Indice.