Italian poem
Il Poeta
by Giuseppe Montanelli (1813–1862)
Del pescator la melodia si tace, Muore sull'aura il prego del nocchier; Quetò la rondinella il vol loquace, E più non si lamenta il prigionier. Ah conosco la notturna Ora all'aere taciturna, Interrotta sol dal murmure Del tranquillo mar che frange, Simigliante ad uom che piange. La conosco: e questa è l'ora Che ricurvo sulla prora Il nocchier pensa più flebile Della patria le pendici, E l'addio dei cari amici! Mare! allor che il tuo vergine zaffiro Era alle stelle e al sol specchio lucente, E di natura al matutin respiro I tuoi flutti turgean candidamente, Nè ancor dei venti al procelloso spiro S'unía la voce del nocchier morente, Te delle madri il disperato affetto Non avea maledetto. Ministro ai voli dell'uman desio L'ardimentoso pin lottò coll'onde, E l'inquieto spirto discoprio Quanto mistero il velo tuo nasconde. Ala d'italo genio il sol seguio Anche nel ciel di sconosciute sponde, E qual gemma rapita al tuo profondo Fu dissepolto un mondo.... Al marin suolo instabile Somiglia l'inquieta Anima del poeta, Che più scolpito sente Il verbo della mente, Allor che delle tenebre Entro la pace immensa Piange, s'allegra, e pensa. Mentre serene rilucean le stelle Sui taciturni alberghi dei cultori, Quai solitarie e più d'ogni altra belle, E quai ristrette in variati cori, Lo spirto mio da questa bassa stanza A voi s'ergea tra i mondi, e queti i vanni Dove degl'infelici è la speranza, Il terror dei codardi e dei tiranni, Vedea da quell'eterna aura sicura Qual lento verme su fiorito stelo Il tempo passeggiar sulla natura Stampando orma di morte in terra e in cielo. E in altre notti, allor che il firmamento Era da spesse folgori solcato, E si spandea col sibilar del vento Il muggito del mare infuriato, Oh quante volte di funereo cinto Sulla soglia inspirato m'arrestai! E antico grandeggiar popolo estinto Fuor delle scoperchiate urne mirai. Poscia quando tra brani di procella Azzurreggiava il ciel novellamente, E a lui tornava la smarrita stella Quai pensier dolce a disperata mente; E della notte il queto orror profondo Sol da cadenti stille era turbato, Esser mi parve abitator d'un mondo Dal sole e dalla gente abbandonato. Veglie di gaudio arcano Inebbriate — addio! Or come il vulgo umano Invoco il sonno anch'io. Nè davanti a marmoreo Vetusto monumento, Allorchè rinnovellano Le upupe il lor lamento, M'assiderò stupito Pensando ai corsi secoli, Al nulla, all'infinito.
IV.
_In famiglia — la notte — _