Versos Italian Giuseppe Parini Canzonette per parafuoco

Italian poem

Canzonette per parafuoco

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Stava un giorno Citerea di Vulcano a la fucina; né difender si sapea da la fiamma a lei vicina, né salvar le fresche rose de le gote sue vezzose. Opponeva or destra or manca al gran foco ivi raccolto; ma la man picciola e bianca vano scudo era al bel volto; ché feriva e volto e mano la gran fiamma di Vulcano. De la dea vide i tormenti; a pietade Amor si mosse; e dell’ale rinascenti una subito strapposse; poi, con atto dolce e caro: — Ecco, — disse, — il tuo riparo. Serenò la diva il ciglio; e il celeste almo sorriso rivolgendo al caro figlio, abbassossi, e il baciò in viso; poi fe’ schermo al gran calore con quell’ala dell’Amore.

Ma la dea sagace apprese, riparando il foco ardente, di quel novo e vago arnese ad usar piú dolcemente; onde rise il nume armato che le stava all’altro lato. Ella i guardi a lui volgea, all’orecchio gli parlava; e il bel volto nascondea dal marito che guardava; e cosí sfogava il core sotto all’ala dell’Amore. Spesso ancor si ricopria la metá de le pupille; e piú forte l’assalia addensando le faville, che il ferien con piú rigore sotto all’ala dell’Amore. Or col sommo de’ bei labri accennava i molli baci; ora uscien da’ bei cinabri sospiretti e ghigni audaci; or nasceva un bel rossore sotto all’ala dell’Amore. Tal, frattanto che Vulcano fabbricava arme a gli dèi, l’alma dea cosí pian piamo accresceva i suoi trofei sopra il nume vincitore, sotto all’ala dell’Amore. Belle mie, voi m’intendete: dell’Amor l’ala son io; come Venere, potete appagar piú d’un desio e sfogar l’occulto ardore sotto all’ala dell’Amore.

Nice propio da senno e non per gioco non vuol piú ch’io mi chiami parafoco; e la ragion mi quadra. Udite ch’è leggiadra. Nice sedeasi un giorno a canto al foco, tra il marito e il servente; e il servente volea darle un bacio: ma come si potea col marito presente? Or bene, udite ciò che seppe far Nice. Ella, come per caso, volge gli occhi al marito; e cosí dice: — Voi avete una pulce sopra il naso. — E taffe, sopra il naso gli batte il parafoco, e a lui con esso gli occhi ricopre. In quel momento stesso il bacio desiato fu dato e ridonato. Ma come creder mai che nell’inverno a punto una pulce vi fosse? Eh, i mariti ne beon de le piú grosse! Basta, dal giorno in poi che Nice prese cosí bel partito, non vuole ch’io mi chiami piú parafoco, ma paramarito.

Ho nel ventre il mio sapere e ad ognuno il fo vedere; fo veder paesi e mari, fiori, uccelli e mostri rari; so insegnar geografia; so insegnar filosofia; con enigmi, con bei detti, con leggiadri apologhetti, tutto insegno, ma per gioco nello inverno, appresso al foco. Quante belle letterate sol per me son diventate! Se conoscer mi volete, io son qui, non mi vedete? Ho la pancia grande assai, ed ho il manico piccino: non mi movo quasi mai, ed ognor sono in camino.

Io giá fui un seccatore detestato da gli amanti, ché i felici loro istanti disturbai la notte e il di. Se la bella sbadigliava, se il suo ben si contorceva, io di nulla m’avvedeva, e ciarlando stava li. Quindi Amore, alfin sdegnato, terminar fe’ questo gioco, trasformando in parafoco me infelice seccator. Ma, sebben cangiato io sono, benché vesto altra figura, dell’antica mia natura io conservo molto ancor. Sempre ritto in sul camino mi sto li come un balordo; e quantunque cieco e sordo mai di crocchio uscir non so. Se con grave mio dolore cicalare or piú non posso, con gli scritti che ho sul dosso disfogando almen mi vo. Se le fiamme degli amanti piú turbar non m’è concesso, io di schermo servo adesso a la fiamma naturai.

Cosí avvien, per mezzo mio, che il calore, o donne belle, non raggrinza a voi la pelle e a la testa non fa mal. Ma chi sa se mai vi piace, per uficio si cortese, perdonar le antiche offese, ed aver di me pietá? Troppo in odio sempre avete chi trascura disattento il valor d’un bel momento, e chi perdere lo fa.

Belle, son qui per voi leggiadro arnese e comodo, onde al camin non ardasi di vostre guance il fior. Su mi pigliate, e poi dinanzi a voi tenetemi; e calmerete l’impeto dell’indiscreto ardor. Ma per pietá, se ancora le convulsion vi assalgono, allor che andate in collera col perfido amator, deh, per pietade, allora niuna di voi mi laceri, niuna mi rompa il manico, fra il torbido furor! Quanti ventagli, oh Dio, ebber destino simile, e infranti e fessi caddero spettacolo d’orror! Cosí, se il cieco dio vi torna in pace amabile, del canapè fra gli angoli non mi obbliate allor. Quanti ventagli, oh stelle, ebber destino simile, e infranti e fessi giacquero, sol vittima d’amor!

Voi lo sapete, o belle: noccion le vostre collere; e mettono in pericolo le vostre paci ancor.

Se in vece di guardar co’ tuoi stromenti il vago viso da le fiamme ardenti, Nice, volessi ascondere il rossore de le bugie che ognor dici in amore, tu sciuperesti in un sol giorno quanti Francia in un anno mandane ai mercanti. Anzi no. Mi ridico, o Nice mia: per ciò sarebbe inutil mercanzia; ché in te non apparisce mai rossore de le bugie che ognor dici in amore.