Versos Italian Giuseppe Parini I. In morte dello Sfregia barbiere

Italian poem

I. In morte dello Sfregia barbiere

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O Sfregia, o Sfregia mio, o mio dolce barbieri, o delle barbe onor, delizia e cura: ohimè! che farò io, poi che ti trasse ai regni oscuri e neri empia morte immatura? Vita lieta e sicura, gli è ver, tu meni a casa di Plutone: ove, benché sii morto, fai la barba ad Omero ed a Platone: ma, lasso! qual conforto sperar poss’ io, se piú sperar non posso chi come te mi rada infino all’osso? Qualor passando io miro la quondam tua bottega, mi sento per l’ambascia venir meno; traggo piú d’un sospiro; la bacio; e tento di sfogar la frega che ho per te ancor nel seno. Poi, l’amato terreno veggendo or fatto si deserto, io grido: — Ve son ora i trecconi

che qui venien come a lor dolce nido? e gli sgherri e i baroni che i sabbati partien con alti e spessi segni del tuo valore, o Sfregia, impressi Que’ fortunati istanti che ’nteso eri al lavoro tornanmi a mente come fosser vivi. Farmi averniiti avanti tal quale io ti vedea rader coloro che prima erano quivi. Come di senso privi rimangon gl’impiccati in mano al boia, tal si vedeano questi sotto al ferro svenir per la gran gioia. Chi alle sfere celesti per la dolcezza i lumi ambo volgea; chi sospirava; e chi i denti strignea. Una mattina intera non avev’anco atteso, quando tu m’invitavi al dolce intrico. Una scranna quivi era che avea per ben due secoli conteso col tempo suo nimico. Parea di verde antico al sol sentirla: e tratti avea si fini che a chi vi s’appoggiava giva facendo mille dolci inchini: ma ritta poi si stava si tosto che tu provvido mettei sotto una bietta all’uno de’ tre piei. Mi v’acconciavo sopra, poi che il mio buon destino avea vi alfine il bilico trovato. E tu la nobil’opra incominciavi con un pannolino che molto era stimato;

imperocché Pilato l’usò quel di che si lavò le mane; e da quel giorno in poi non avea visto mai laghi o fontane. Tu con que’ diti tuoi questa reliquia cosí rara e sola tra ’l collar conficcavimi e la gola. Si tosto, al collo intorno cominciavo a sentire certo soave insolito prurito; segno, piú assai che ’l giorno chiaro, di quel che poi dovea seguire gran piacere infinito. Un popolo smarrito quest’era d’animai vaghi e giocondi, che da quel panno allora trasmigravano insieme a novi mondi; e questo avanzo ancora teco io facea, che quelle bestiuole ne venien meco a crescer la lor prole. Di stagno un bacinuzzo poi m’accostavi al mento, che arnese non fu mai piú di quel ghiotto. D’un peregrino puzzo tutto spirava e di fuora e di drento, che al naso facea motto. Da un lato era un po’ rotto: e di quivi, nel mezzo al mio diletto, scendea l’unto odoroso misto col ranno a profumarmi il petto. Muse, per me non oso dir di quel che seguia quanto conviene; aiutatemi voi a dirne bene. A dir quasi m’impaccio come, o gentil barbiere, tu m’impiastrassi di sapon la guancia.

Pria sfoderavi un braccio ch’avria quel d’Esali latto parere un nonnulla, una ciancia. Di color verde e rancia poscia una spuma, che pareva gnocchi, pigliavi; e a larga mano le labbra m’infardavi e il naso e gli occhi. Ahi, che piacer sovrano! Quasi, come a Rugger, dicer mi tocca che spesso io avea piú d’un tuo dito in bocca. Le stagion rovesciare a te giá non piaceva, com’usan certe frasche a questa etate; anz’il verno agghiadare facevane il tuo ranno, e ne coceva quand’egli era la state. Ma poi ch’ambe impeciate m’avei le guance, tu mi sciorinavi un cencio su una spalla ov’era il pel di tutti e sette i savi; anzi parea una stalla, anzi un serraglio a i tanti ivi dispersi verdi peli sanguigni oscuri e persi. Oh che dolcezza, quando alfin sopra ’l mio viso pigliavi a dimenare il tuo rasoio! Solo a quel ripensando, che tante volte ha me da me diviso, non so perch’io non muoio. Sur un limbel di cuoio, prima d’avvicinarsi agli altrui menti, quel ferro almo e gentile giva piú volte a ripulirsi i denti: poscia, in un atto umile, quasi fanciul che tema ha del pedante, tremando s’accostava al mio sembiante.

Or chi può dire in carte siccome a me la pelle soavemente con le man stirassi? e con che nobil’arte di mezzo giorno a rimirar le stelle pel naso mi guidassi? Perché ’l piacer durassi, a lento passo ivi di loco in loco; e con l’arme sospesa ad ogni pel tu ti fermavi un poco. Ma al fin dell’alta impresa giacean sul volto mio, per tuo gran vanto, lá sradicato un pel, qui rotto e infranto. Ma pazzo è da legarsi chiunque tenta il calle di tue gran lodi, e ci riesce male. Chi a te puote uguagliarsi o in ispianar collina, o in aprir valle sul viso ad un mortale? Oh come al naturale, poi che parlar di guerra amavi molto, del campo o dell’assedio lasciavimi la carta impressa in volto! Oh come poi rimedio di carta straccia ovver di ragnateli portavi al solco ond’eran svelti i peli! Aimè, destino avaro! Ahi perché cosí presto, mio Sfregia, a viver col Burchiello andasti? Quel tuo violin caro, che tutto il vicinato tenea desto, perché non ne portasti? Ahi non la indovinasti; ché se Pluton t’udiva o Proserpina sonar si stranamente, qui facevi la barba domattina:

e disperatamente oggi gridando non andrebbon «ahi» tutti i tuoi sconsolati bottegai. Canzon, s’egli ancor vive, vanne, e gli di’ che se ne moia tosto, acciocché ’nvano io non t’abbia composto.