Italian poem
I. Epistola all'ab. Giulio Zanzi
Or tu, Giulio, vedrai tra i mariti flutti, novello abitator, seder Vinegia, maraviglia dell’onde; a cui Nettuno prestò l’altero dorso, e disse: — Questa mi sia in vece di Troia, a cui le forti mura, che ’l grande Ettor di sangue sparse, meco Apollo donò: questa d’Atene, cui contese il mio nome il sacro ulivo di Pallade guerriera. I pregi adegui d’ambedue le cittá famose tanto: l’aspra sorte non giá, che le gran torri, che ingombravan le nubi, a terra stese. — Vedrai l’altere moli al divo sacre intorno al qual cheto leon s’aggira custode de la pace, e all’ire pronto, s’altri ’l tenta ingiurioso. I gravi padri vedrai nel gran senato, onde Giustizia stringe le chiavi; ove Prudenza in alto speculatrice ad osservar si sta.
Che, se vaghezza di mirar ti prende le fervid’opre, che ’l cammin dell’onde aprono altrui, e moto danno al sangue onde vivono i regni, al buon Commercio, che de la Copia è amico, i rozzi abeti vedrai perder la scorza, e varia forma prender navale, e di sicuro armarsi bitume intorno. Udrai gemer la prima volta le antenne; e le candide vele non peranco da salso umor bagnate, vergini aprir la prima volta il seno ai zefiri del lito. Né l’ardente desio d’antichitá fia che inquieti lo tuo cor pago: i marmi, i simulacri dedicati al valor ne’ fòri augusti ti fien pascol giocondo: i freddi sassi imprimerai di baci ove stan chiuse le ceneri de’ gran cigni dell’Adria, i cui be’ nomi nel profondo limo fiume alto del Tempo non assorbe, ma galleggianti in sul dorso li porta nell’oceán d’Eternitá lá dove va rapido torrente a metter foce. Ma, se mi lice or teco il core aperto mostrar com’io facea, non io t’invidio (e sia pur qual tu vuoi grande il piacere) coteste maraviglie. In cor soltanto alto fise mi stan le due bell’alme che del sangue ottobono e del zuliano or fan solo una coppia: amabil coppia onde vano è lodar gli aviti pregi, però che tutti in sé gli accoglie; e tutti può tramandarli nell’amata prole. E ben beato è chi degli avi illustri mira le immagin pinte; e in lor, siccome in speglio veritier, trova se stesso.
Però invidia a te porto, a te ch’or vedi gli affetti di que’ due spirti leggiadri interprete fra lor. Tu de’ segreti moti dell’alme scrutator sagace, lor voglie intendi a cui Ragion è guida: e scorger puoi entro a’ lor cori amanti bollire i semi di virtude altera. Ma tu ben sai che l’onda d’Aganippe in noi desta furor, che poi ne porta imaginando per estran paesi, a coronar gli eroi di bella lode. Vedimi or dunque entro alle stanze aurate, che delle allegre nuziali pompe ridono intorno. Io da me stesso i lieti sposi conoscerò: vedrò la bella starvi pensosa, e pallidetta in viso, qual nuova sposa suol cui vivo foco arde al di dentro; e al sen le si ristringe Verginitá tremante e sbigottita. II giovin che di grand’avoli è stirpe siedele accanto; un tremulo baleno d’amorose scintille intorno ferve a le cupide luci, ond’egli bee dal bel volto di lei tosco soave, ch’ai cor gli scende. E qual cosa si cela a’ poetici lumi? Il vulgo insano stima favola e sogno allor che n’ode cantar: «io veggo, io veggo»; e folle ignora la gran possa di Febo, il qual ne dona raggi, che penetrando al tempo in seno mille scoprono a noi riposte cose ch’altri non saprá mai. Ecco la Fede, che candido il bel viso, e ’l nobil velo candido anch’esso, a la beata coppia impon suo giogo: Amor lieto il sostenta con benefica man, si che non gravi
troppo l’un sposo e l’altro; e su vi sparge, temprati da Ragion, Venere i cari piacer dell’aureo cinto, onde la calda gioventude è pur vaga: ed infinita serie nasce dappoi d’uomini. — O sposi (questi dal labbro, onde Semplicitate ministra le parole, amichi detti scioglie la Fede), o sposi, or non v’incresca sentire il peso de’ miei lacci: e i santi non isfuggite nuziali affetti. Giá nel terrestre paradiso i primi padri non ne fur schivi: il nume istesso alzò sua voce; e lor mostrò siccome colle amabili nozze di due spirti fassi uno spirto; e di due cori un core. Allor prima quaggiuso Amor comparve, ch’eterno è in cielo; allora i’ nacqui; e Imene scosse la prima face. O qual destossi nel seno al padre de’viventi allora inquieto fervor, che lui sospinse a stringer primo la consorte al petto. Né la viragin bella avaramente la man ritenne; egual forza traea lei pure al dolce incanto: e oh voi meschini se colei contrastava! Al secolo nostro la bella gloria d’ambedue le stirpi non discendea giammai per generoso sangue sparso e magnanimo: né alcuna posteritá saria, che in voi scemamente fidasse la sua verde speme. — Ma a noi, Giulio, non lice ancor piú a lungo il piè fermar tra le festose soglie ove alberga il Piacer. Vedi che intorno liev’ombre impazienti e disdegnose s’aggirano a gli sposi: e in lor favella li priegan pur, che non ritardin tanto a lor di figli il nome e a sé di padri.
Né l’alta pianta ancor, che dal buon ceppo ottobon venne a fortunar cotanto il terren dov’io nacqui, inutil fia unquanco a’ versi miei, però che l’ombra proteggeramtni di sua nobil fronda, che, mie glorie formando, intorno al crine serpeggerammi dell’alloro invece. Giulio, dell’immortai Vittoria io parlo, che in deboi sesso i maschi avoli imita, o vuoi tu per consiglio o per iscritti.