Italian poem
Il Mattino (from Il Giorno)
Giovin Signore, a te scenda per lungo Di magnanimi lombi ordine il sangue Purissimo celeste, o in te del sangue Emendino il difetto i compri onori, E le adunate in terra, o in mar ricchezze Dal genitor frugale in pochi lustri, Me Precettor d’amabil rito ascolta. Come ingannar questi noiosi e lenti Giorni di vita, cui sì lungo tedio E fastidio insoffribile accompagna Or io t’insegnerò. Quali al Mattino, Quai dopo il Mezzodì, quali la Sera Esser debban tue cure apprenderai, Se in mezzo a gli ozj tuo ozio ti resta Pur di tender gli orecchi a’ versi miei. Già l’Are a Vener sacre, e al giocatore Mercurio ne le Gallie, e in Albione Devotamente hai visitate, e porti Pur anco i segni del tuo zelo impressi Ora è tempo di posa. In vano Marte A se t’invita; ché ben folle è quegli Che a rischio de la vita ognor si metta, E tu naturalmente il sangue aborri. Nè i mesti della Dea Pallade studj Ti son meno odiosi: avverso ad essi Ti feron troppo i queruli recinti, Ove l’arti migliori, e le scienze Cangiate in mostri, e in vane orride larve, Fan le capaci volte eccheggiar sempre Di giovanili strida. Or primamente Odi quali il Mattino a te soavi Cure debba guidar con facil mano. Sorge il Mattino in compagnia dell’Alba Innanzi al Sol, che dipoi grande appare Sull’estremo orizzonte a render lieti Gli animali, e le piante, e i campi, e l’onde. Allora il buon villan sorge dal caro Letto, cui la fedel sposa, e i minori Suoi figliuoletti intiepidir la notte; Poi sul collo recando i sacri arnesi, Che prima ritrovar Cerere, e Pala, Va col bue lento innanzi al campo, e scuote Lungo il picciol sentier da’ curvi rami Il rudagioso umor che, quasi gemma, I nascenti del Sol raggi rifrange. Allora sorge il fabbro, e la sonante Officina riapre, e all’opre torna L’altro dí non perfette, o se di chiave Ardue, e ferrati ingegni all’inquieto Ricco l’arche assecura, o se d’argento E d’oro incider vuol giojelli, e vasi Per ornamento a nuove spose, o a mense. Ma che? tu inorridisci e mostri in capo, Qual istrice pungente, irti i capegli Al suon di mie parole? ah non è questo, Signore, il tuo Mattin. Tu col cadente Sol non sedesti a parca mensa, e al lume Dell’incerto crepuscolo non gisti Ieri a corcarti in male agiate piume, Come dannato è a far l’umile vulgo. A voi, celeste prole, a voi concilio Di Semidei terreni altro concesse Giove benigno: e con altr’arti e leggi Per novo calle a me convien guidarvi. Tu tra le veglie, e le canore scene, E il patetico gioco oltre piú assai Producesti la notte; e stanco alfine In aureo cocchio, col fragor di calde Precipitose rote, e il calpestìo Di volanti corsier, lunge agitasti Il queto aere notturno, e le tenebre Con fiaccole superbe intorno apristi, Siccome allor, che il Siculo terreno Dall’uno all’altro mar rimbombar feo Pluto col carro, a cui splendeano innanzi Le tede delle Furie anguicrinite. Così tornasti alla magion; ma quivi A novi studi ti attendea la mensa, Cui ricopríen pruriginosi cibi, E licor lieti di Francesi colli, O d’Ispani, o di Toschi, o l’Ongarese Bottiglia, a cui di verde edera Bacco Concedette corona, e disse: siedi Delle mense reina. Alfine il sonno Ti sprimacciò le morbide coltríci Di propria mano, ove, te accolto, il fido Servo calò le seriche cortine: E a te soavemente i lumi chiuse Il gallo che li suole aprire altrui. Dritto è perciò, che a te gli stanchi sensi Non sciolga da’ papaveri tenaci Morfeo prima, che già grande il giorno Tenti di penetrar fra gli spiragli Delle dorate imposte, e la parete Pingano a stento in alcun lato i raggi Del Sol, ch’eccelso a te pende sul capo. Or qui principio le leggiadre cure Denno aver del tuo giorno; e quinci io debbo Sciorre il mio legno; co’ precetti miei Te ad alte imprese ammaestrar cantando. Già i valetti gentili udir lo squillo Del vicino metal, cui da lontano Scosse tua man con propagato moto; E accorser pronti a spalancar gli opposti Schermi alla luce, e rigidi osservaro, Che con tua pena non osasse Febo Entrar diretto a saettarti i lumi. Ergiti or tu alcun poco, e sì ti appoggia Agli origlieri, i quai lenti gradando All’omero ti fan molle sostegno. Poi coll’indice destro, lieve lieve Sopra gli occhi scorrendo, indi dilegua Quel che riman della Cimmeria nebbia, E de’ labbri formando un picciol arco, Dolce a vedersi, tacito sbadiglia. O, se te in sì gentile atto mirasse Il duro Capitan qualor tra l’armi, Sgangherando le labbra, innalza un grido Lacerator di ben costrutti orecchi, Onde alle squadre varj moti impone; Se te mirasse allor, certo vergogna Avria di se piú che Minerva il giorno Che di flauto sonando, al fonte scorse Il turpe aspetto delle guance enfiate. Ma già il ben pettinato entrar di nuovo Tuo damigello i’ veggo; egli a te chiede Quale oggi piú delle bevande usate Sorbir ti piaccia in preziosa tazza: Indiche merci son tazze, e bevande; Scegli qual più desii. S’oggi ti giova Porger dolci allo stomaco fomenti, Sì che con legge il natural calore V’arda temprato, e al digerir ti vaglia, Scegli ’l brun cioccolatte, onde tributo Ti dà il Guatimalese, e il Caribbèo, Ch’ha di barbare penne avvolto il crine: Ma se noiosa ippocondria t’opprime, O troppo intorno alle vezzose membra Adipe cresce, de’ tuoi labbri onora La nettarea bevanda, ove abbronzato Fuma, ed arde il legume a te d’Aleppo Giunto, e da Moca che da mille navi Popolata mai sempre insuperbisce. Certo fu d’uopo, che dal prisco seggio Uscisse un regno, e con ardite vele Fra straniere procelle, e novi mostri, E teme, e rischi, ed inumane fami Superasse i confin, per lunga etade Inviolati ancora, e ben fu dritto Se Cortes, e Pizzarro umano sangue Non istimar quel ch’oltre l’Oceano Scorrea le umane membra, onde tonando E fulminando, alfin spietatamente Balzaron giù da’ loro aviti troni Re Messicani, e generosi Incassi, Poichè nuove così venner delizie, O gemma degli eroi, al tuo palato. Cessi ’l cielo però, che in quel momento Che la scelta bevanda a sorbir prendi, Servo indiscreto a te improvviso annunzi Il villano Sartor, che, non ben pago D’aver teco diviso i ricchi drappi, Oso sia ancor con polizza infinita A te chieder mercede: Ahimè, che fatto Quel salutar licore agro, e indigesto Tra le viscere tue, te allor farebbe E in casa, e fuori, e nel teatro, e al corso Ruttar plebeiamente il giorno intero! Ma non attenda già ch’altri lo annunzi Gradito ognor, benchè improvviso, il dolce Mastro che i piedi tuoi come a lui pare Guida, e corregge. Egli all’entrar si fermi Ritto sul limitare, indi elevando Ambe le spalle, qual testudo il collo Contragga alquanto; e ad un medesmo tempo Inchini ’l mento e con l’estrema falda Del piumato cappello il labbro tocchi. Non meno di costui facile al letto Del mio Signor t’accosta, o tu che addestri A modular con la flessibil voce Teneri canti, e tu che mostri altrui Come vibrar con maestrevol arco Sul cavo legno armoniose fila. Nè la squisita a terminar corona D’intorno al letto tuo manchi o Signore, Il precettor del tenero idioma, Che dalla Senna delle Grazie madre Or ora a sparger di celeste ambrosia Venne all’Italia nauseata i labbri. All’apparir di lui l’Itale voci Tronche cedano il campo al lor tiranno; E alla nova ineffabile armonia De’ soprumani accenti, odio ti nasca Piú grande in se contro alle impure labbra, Ch’osan macchiarsi ancor di quel sermone, Onde in Valchiusa fu lodata e pianta Già la bella Francese, ed onde i campi All’orecchio dei Re cantati furo Lungo il fonte gentil delle bell’acque. Misere labbra che temprar non sanno Con le Galliche grazie il sermon nostro, Sì che men aspro a’ dilicati spirti, E men barbaro suon fieda gli orecchi! Or te questa, o Signor, leggiadra schiera Trattenga al novo giorno; e di tue voglie Irresolute ancora or l’uno, or l’altro Con piacevoli detti il vano occupi, Mentre tu chiedi lor tra i lenti sorsi Dell’ardente bevanda a qual cantore Nel vicin verno si darà la palma Sopra le scene; e s’egli è il ver, che rieda L’astuta Frine, che ben cento folli Milordi rimandò nudi al Tamigi; O se il brillante danzator Narcisso Tornerà pure ad agghiacciare i petti De’ palpitanti Italici mariti. Poichè così gran pezzo a’ primi albori Del tuo mattin teco scherzato fia, Non senz’aver licenziato prima L’ipocrita pudore, e quella schifa, Cui le accigliate gelide matrone Chiaman modestia, alfine o a lor talento, O da te congedati escan costoro. Doman si potrà poscia, o forse l’altro Giorno a’ precetti lor porgere orecchio, Se meno ch’oggi a te cure dintorno Porranno assedio. A voi, divina schiatta, Vie più che a noi mortali il ciel concesse Domabile midollo entro al cerebro, Sì che breve lavor basta a stamparvi Novelle idee. In oltre a voi fu dato, Tal de’ sensi, e de’ nervi, e degli spirti Moto e struttura, che ad un tempo mille Penetrar puote, e concepir vostr’alma Cose diverse, e non però turbarle, O confonder giammai, ma scevre e chiare Ne’ lor alberghi ricovrarle in mente. Il vulgo intanto, a cui non dessi il velo Aprir de’ venerabili misteri, Fie pago assai, poi che vedrà sovente Ire e tornar dal tuo palagio i primi D’arte maestri, e con aperte fauci Stupefatto berrà le tue sentenze. Ma già vegg’io, che le oziose lane Soffrir non puoi più lungamente, e in vano Te l’ignavo tepor lusinga, e molce, Però che or te più gloriosi affanni Aspettan l’ore a trapassar del giorno. Su dunque o voi del primo ordine servi, Che degli alti Signor ministri al fianco Siete incontaminati, or dunque voi Al mio divino Achille, al mio Rinaldo L’armi apprestate. Ed ecco in un baleno I tuoi valetti a’ cenni tuoi star pronti. Già ferve il gran lavoro. Altri ti veste La serica zimarra, ove disegno Diramasi Chinese; se il richiede Più la stagione, a te le membra copre Di stese infino al piè tiepide pelli. Questi al fianco ti adatta il bianco lino. Che sciorinato poi cada, e difenda I calzonetti; e que’, d’alto curvando Il cristallino rostro, in su le mani Ti versa acque odorate, e dalle mani In limpido bacin sotto le accoglie; Quale il sapon del redivivo muschio Olezzante all’intorno, e qual ti porge Il macinato di quell’arbor frutto, Che a Rodope fu già vaga donzella; E chiama in van sotto mutate spoglie Demofoonte ancor Demofoonte. L’un di soavi essenze intrisa spugna Onde tergere i denti, e l’altro appresta Ad imbianchir le guance util licore. Assai pensasti a te medesmo; or volgi Le tue cure per poco ad altro obbietto Non indegno di te. Sai che compagna, Con cui divider possa il lungo peso Di quest’inerte vita il ciel destina Al giovane Signore. Impallidisci? No non parlo di nozze: antiquo e vieto Dottor sarei se così folle io dessi A te consiglio. Di tant’alte doti Tu non orni così lo spirto, e i membri Perchè in mezzo a la tua nobil carriera Sospender debba ’l corso, e fora uscendo Di cotesto a ragion detto Bel Mondo, In tra i severi di famiglia padri Relegato ti giaccia, a un nodo avvinto Di giorno in giorno più penoso, e fatto Stallone ignobil de la razza umana. D’altra parte il Marito ahi quanto spiace, E lo stomaco muove ai dilicati Del vostr’Orbe leggiadro abitatori, Qualor de’ semplicetti avoli nostri Portar osa in ridicolo trionfo La rimbambita Fe’, la Pudicizia Severi nomi! E qual non suole a forza In que’ melati seni eccitar bile Quando i calcoli vili del castaldo Le vendemmie, i ricolti, i pedagoghi Di que’ sì dolci suoi bambini altrui, Gongolando, ricorda; e non vergogna Di mischiar cotai fole a peregrini Subbietti, a nuove del dir forme, a sciolti Da volgar fren concetti, onde s’avviva Da’ begli spirti il vostro amabil Globo. Pera dunque chi a te nozze consiglia, Ma non però senza compagna andrai, Che fia giovane dama, ed altrui sposa; Poichè sì vuole inviolabil rito Del Bel Mondo, onde tu se’ cittadino. Tempo già fu, che il pargoletto Amore Dato era in guardia al suo fratello Imene; Poichè la madre lor temea, che il cieco Incauto Nume perigliando gisse Misero e solo per obblique vie, E che bersaglio agli indiscreti colpi Di senza guida, e senza freno arciero, Troppo immaturo al fin corresse il seme Uman, ch’è nato a dominar la terra. Perciò la prole mal secura all’altra In cura dato avea, sì lor dicendo: „Ite o figli del par; tu più possente „Il dardo scocca, e tu più cauto il guida „A certa meta”. Così ognor compagna Iva la dolce coppia, e in un sol regno, E d’un nodo comun l’alme stringea. Allora fu che il sol mai sempre uniti Vedea un pastore, ed una pastorella Starsi al prato, alla selva, al colle, al fonte, E la Suora di lui vedeali poi Uniti ancor nel talamo beato, Ch’ambo gli amici Numi a piene mani Gareggiando spargean di gigli, e rose. Ma che non puote anco in divino petto, Se mai s’accende ambizion di regno? Crebber l’ali ad Amore a poco a poco, E la forza con esse; ed è la forza Unica e sola del regnar maestra. Perciò a poc’aere prima, indi più ardito A vie maggior fidossi, e fiero alfine Entrò nell’alto, e il grande arco crollando, E il capo, risonar fece a quel moto Il duro acciar, che la faretra a tergo Gli empie, e gridò: solo regnar vogl’io Disse, e volto a la madre „Amore dunque „Il più possente in fra gli Dei, il primo „Di Citerèa figliuol ricever leggi, „E dal minor german ricever leggi „Vile alunno, anzi servo? Or dunque Amore „Non oserà fuor ch’una unica volta „Ferire un’alma come questo schifo „Da me vorrebbe? E non potrò giammai „Dappoi che io strinsi un laccio, anco slegarlo „A mio talento, e qualor parmi un altro „Stringerne ancora; E lascerò pur ch’egli „Di suoi unguenti impeci a me i miei dardi „Perchè men velenosi, e men crudeli „Scendano ai petti? Or via, perchè non togli „A me dalle mie man quest’arco, e queste „Armi dalle mie spalle, e ignudo lasci „Quasi rifiuto degli Dei Cupido? „O il bel viver che fia qualor tu solo „Regni in mio loco! O il bel vederti, lasso! „Studiarti a torre dalle languid’alme „La stanchezza, e ’l fastidio, e spander gelo! „Di foco in vece! Or genitrice intendi, „Vaglio, e vo’ regnar solo. A tuo piacere „Tra noi parti l’impero, ond’io con teco „Abbia omai pace, e in compagnia d’Imene „Me non trovin mai più le umane genti.„ Qui tacque Amore, e, minaccioso in atto, Parve all’Idalia Dea chieder risposta. Ella tenta placarlo, e pianti e preghi Sparge, ma in vano, onde a’ due figli volta Con questo dir pose al contender fine. „Poichè nulla tra voi pace esser puote, „Si dividano i regni. E perchè l’uno „Sia dall’altro germano ognor disgiunto „Sieno tra voi diversi, e ’l tempo, e l’opra. „Tu che di strali altero a fren non cedi, „L’alme ferisci, e tutto ’l giorno impera: „E tu, che di fior placidi hai corona, „Le salme accoppia, e coll’ardente face „Regna la notte.“ Ora di qui, Signore, Venne il rito gentil, che a’ freddi sposi Le tenebre concede, e delle spose Le caste membra: e a voi, beata gente Di più nobile mondo, il cor di queste, E il dominio del dì, largo destina. Fors’anco un dì più liberal confine Vostri diritti avran, se amor più forte Qualche provincia al suo germano usurpa: Così giova sperar. Tu volgi intanto A’ miei versi l’orecchio, odi ora quale Cura al mattin tu debbi aver di lei, Che spontanea o pregata, a te donossi Per tua Dama quel dì lieto, che a fida Carta, non senza testimoni furo A vicenda commessi i patti santi, E lei condizion del caro nodo. Già la Dama gentil, de’ cui bei lacci Godi avvinto sembrar le chiare luci Col novo giorno aperse, e suo primiero Pensier fu dove teco abbia piuttosto A vegliar questa sera, e consultonne Contegnosa lo sposo, il qual pur dianzi Fu la mano a baciarle in stanza ammesso. Or dunque è tempo, che il più fido servo, E il più accorto tra i tuoi mandi al palagio Di le’ chiedendo se tranquilli sonni Dormìo la notte, e se d’immagin liete Le fu Morfeo cortese. È ver che ieri Sera tu l’ammirasti in viso tinta Di freschissime rose; e più che mai Vivace e lieta uscìo teco del cocchio, E la vigile tua mano per vezzo Ricusò sorridendo, allor che l’ampie Scale salì del maritale albergo, Ma ciò non basti ad acquetarti, e mai Non obbliar sì giusti uficj. Ahi quanti Genj malvagi tra ’l notturno orrore Godono uscire, ed empier di perigli La placida quiete de’ mortali! Potrìa, tolgalo il cielo, il picciol cane Con latrati improvvisi i cari sogni Troncare a la tua Dama, ond’ella, scossa Da subito capriccio, a rannicchiarsi Astretta fosse, di sudor gelato E la fronte bagnando, e il guancial molle, Anco potria colui che sì de’ tristi Come de’ lieti sogni è genitore, Crearle in mente di diverse idee In un congiunte orribile chimera, Onde agitata in ansioso affanno Gridar tentasse, e non però potesse Aprire ai gridi tra le fauci il varco. Sovente ancor nella trascorsa sera La perduta tra ’l gioco aurea moneta Non men che al Cavalier, suole alla Dama Lunga vigilia cagionar: talora Nobile invidia della bella amica Vagheggiata da molti, e talor breve Gelosia n’è cagione. A questo aggiugni Gl’importuni mariti, i quali in mente Ravvolgendosi ancor le viete usanze, Poi che cessero ad altri il giorno, quasi Abbian fatto gran cosa, aman d’Imene Con superstizion serbare i dritti, E dell’ombre notturne esser tiranni, Non senza affanno delle caste spose, Ch’indi preveggon tra poc’anni il fiore Della fresca beltade a sè rapirsi. Or dunque ammaestrato a quali e quanti Miseri casi espor soglia il notturno Orror le Dame, tu non esser lento, Signore, a chieder della tua novelle. Mentre che il fido messaggier si attende, Magnanimo Signor, tu non starai Ozioso però. Nel dolce campo Pur in questo momento il buon cultore Suda, e incallisce al vomere la mano, Lieto, che i suoi sudor ti fruttin poi Dorati cocchj, e peregrine mense. Ora per te l’industre Artier sta fiso Allo scalpello, all’asce, al subbio, all’ago; Ed ora a tuo favor contende, o veglia Il ministro di Temi. Ecco te pure Te la Toiletta attende: iv’i bei pregi Della natura accrescerai con l’arte, Ond’oggi uscendo, del beante aspetto Beneficar potrai le genti, e grato Ricompensar di sue fatiche il mondo. Ma già tre volte, o quattro il mio Signore Velocemente il gabinetto scorse Col crin disciolto, e su gli omeri sparso, Quale a Cuma solea l’orribil maga Quando agitata dal possente Nume Vaticinar s’udia. Così dal capo Evaporar lasciò degli oli sparsi Il nocivo fermento, e delle polvi, Che roder gli potrien la molle cute; O d’atroce emicrania a lui le tempia Trafigger anco. Or egli avvolto in lino Candido siede. Avanti a lui lo specchio Altero sembra di raccor nel seno L’immagine diva, e stassi agli occhi suoi Severo esplorator della tua mano, O di bel crin volubile architetto. Mille d’intorno a lui volano odori, Che alle varie manteche ama rapire L’auretta dolce, intorno ai vasi ungendo Le leggerissim’ale di farfalla. Tu chiedi in prima a lui qual più gli aggrada Sparger sul crin, se il gelsomino, o il biondo Fior d’arancio piuttosto, o la giunchiglia, O l’ambra preziosa agli avi nostri. Ma se la sposa altrui, cara al Signore, Del talamo nuzial si duole, e scosse Pur or da lungo peso il molle lombo, Ah fuggi allor tutti gli odori, ah fuggi, Che micidial potresti a un sol momento Più vite insidiar: semplici sieno I tuoi balsami allor, nè oprarli ardisci Pria che su lor deciso abbian le nari Del mio Signore, e tuo. Pon mano poscia Al pettin liscio, e coll’ottuso dente Lieve solca i capegli; indi li turba Col pettine, e scompiglia: ordin leggiadro Abbiano alfin dalla tua mente industre. Io breve a te parlai; ma non pertanto Lunga fia l’opra tua; nè al termin giunta Prima sarà, che da più strani eventi Turbisi, e tronchi alla tua impresa il filo. Fisa i lumi allo speglio, e vedrai quivi Non di rado il Signor morder le labbra Impaziente, ed arrossir nel viso. Sovente ancor se artificiosa meno Fia la tua destra, del convulso piede Udrai lo scalpitar breve, e frequente, Non senza un tronco articolar di voce Che condanni, e minacci. Anco t’aspetta Veder talvolta il mio Signor gentile Furiando agitarsi, e destra e manca Porsi nel crine, e scompigliar con l’ugna Lo studio di molt’ore in un momento. Che più? Se per tuo male un dì vaghezza D’accordar ti prendesse al suo sembiante L’edificio del capo, ed obbliassi Di prender legge da colui che giunse Pur ier di Francia, ahi quale atroce folgore, Meschino! allor ti penderia sul capo? Chè il tuo Signor vedresti ergers’in piedi; E versando per gli occhi ira e dispetto, Mille strazi imprecarti; e scender fino Ad usurpar le infami voci al vulgo Per farti onta maggiore, e di bastone Il tergo minacciarti, e violento Rovesciare ogni cosa, al suol spargendo Rotti cristalli, e calamistri, e vasi, E pettini ad un tempo. In cotal guisa, Se del Tonante all’ara o della Dea, Che ricovrò dal Nilo il turpe Phallo, Tauro sprezzava i raddoppiati nodi, E libero fuggìa, vedeansi al suolo Vibrar tripodi, tazze, bende, scuri, Litui, coltelli, o d’orridi muggiti, Commosse rimbombar le arcate volte, E d’ogni lato astanti, e Sacerdoti Pallidi all’urto e all’impeto involarsi Del feroce animal che pria sì queto Gìa di fior cinto, e sotto a la man sacra Umiliava le dorate corna. Tu non pertanto coraggioso e forte Soffri, e ti serba alla miglior fortuna. Quasi foco di paglia è il foco d’ira In nobil cor. Tosto il Signor vedrai Mansuefatto a te chieder perdono, E sollevarti oltre ogni altro mortale Con preghi e scuse a niun altro concesse; Onde securo Sacerdote allora L’immolerai qual vittima a Filauzio Solo Nume de’ Grandi, e pria d’ogn’altro Larga otterrai del tuo lavor mercede. Or, Signore, a te riedo. Ah non sia colpa Dinanzi a te s’io traviai col verso Breve parlando ad un mortal cui degno Fai degli arcani tuoi. Sai, che a sua voglia Questi ogni dì volge, e governa i capi De’ più felici spirti, e le matrone, Che da’ sublimi cocchi alto disdegnano Volgere il guardo alla pedestre turba, Non disdegnan sovente entrar con lui In festevoli motti, allor ch’esposti A la sua man sono i ridenti avorj Del bel collo, e del crin l’aureo volume: Perciò accogli ti prego i versi miei Tutto benigno: ed odi or come possi L’ore a te render graziose, mentre Dal pettin creator tua chioma acquista Leggiadra, o almen non più veduta forma. Picciol libro elegante a te dinanzi Tra gli arnesi vedrai, che l’arte aduna Per disputare a la natura il vanto Del renderti sì caro agli occhi altrui. Ei ti lusingherà forse con liscia Purpurea pelle, onde fornito avrallo O Mauritano conciatore, o Siro; E d’oro fregi dilicati, e vago Mutabile color che il collo imiti Della colomba, v’avrà posto intorno Squisito legator Batavo, o Franco. Ora il libro gentil con lenta mano Togli; e non senza sbadigliare un poco Aprilo a caso, o pur là dove il parta Tra una pagina, e l’altra indice nastro. O de la Francia Proteo multiforme, Voltair troppo biasmato, e troppo a torto Lodato ancor, che sai con novi modi Imbandir ne’ tuoi scritti eterno cibo Ai semplici palati, e se’ maestro Di coloro, che mostran di sapere, Tu appresta al mio Signor leggiadri studj Con quella tua Fanciulla agli Angli infesta, Che il grande Enrico tuo vince d’assai, L’Enrico tuo, che non peranco abbatte L’Italian Goffredo, ardito scoglio Contro alla Senna d’ogni vanto altera. Tu della Francia onor, tu in mille scritti Celebrata Ninon novella Aspasia, Taide novella ai facili sapienti Della Gallica Atene i tuoi precetti Pur dona al mio Signore: e a lui non meno Pasci la nobil mente, o tu ch’a Italia, Poi che rapirle i tuoi l’oro, e le gemme, Invidiasti il fedo loto ancora Onde macchiato è il Certaldese, e l’altro Per cui va sì famoso il pazzo Conte. Questi, o Signore, i tuoi studiati autori Fìeno e mill’altri che guidaro in Francia A novellare con vezzose schiave I bendati Sultani, i Regi Persi, E le peregrinanti Arabe Dame; O che con penna liberale ai cani Ragion donaro e ai barbari sedili, E dier feste e conviti e liete cene Ai polli, ed alle gru d’amor maestre. Oh pascol degno d’anima sublime! Oh chiara, oh nobil mente! A te ben dritto È che si curvi riverente il vulgo, E gli oracoli attenda. Or chi fia dunque Sì temerario che in suo cor ti beffi Qualor partendo da sì begli studi Del tuo Paese l’ignoranza accusi, E tenti aprir col tuo felice raggio La Gotica caligine, che annosa Siede su gli occhi alle misere genti? Così non mai ti venga estranea cura Questi a troncar sì preziosi istanti, In cui non meno della docil chioma Coltivi ed orni il penetrante ingegno. Non pertanto avverrà, che tu sospenda Quindi a pochi momenti i cari studj, E che ad altro ti volga. A te quest’ora Condurrà il mercejuol, che in patria or torna Pronto inventor di lusinghiere fole, E liberal di forestieri nomi A merci, che non mai varcaro i monti. Tu a lui credi ogni detto: e chi vuoi ch’osi Unqua mentire ad un tuo pari in faccia? Ei fia che venda, se a te piace, o cambi Mille fregi e giojelli, a cui la Moda Di viver concedette un giorno intero Tra le folte d’inezie illustri tasche. Poi lieto se n’andrà con l’una mano Pesante di molt’oro; e in cor giojendo Spregerà le bestemmie imprecatrici, E il gittato lavoro, e i vani passi Del calzolar diserto, e del drappiere E dirà lor: ben degna pena avete O troppo ancor religiosi servi Della necessitade, antiqua è vero Madre e donna dell’arti, or nondimeno Fatta cenciosa e vile. Al suo possente Amabil vincitor v’era assai meglio, O miseri, ubbidire. Il lusso il lusso Oggi sol puote dal ferace corno Versar sull’arti a lui vassalle applausi, E non contesi mai premj e dovizie. L’ora fia questa ancor, che a te conduca Il dilicato Miniator di Belle, Ch’è della Corte d’Amatunta, e Pafo Stipendiato Ministro atto agli affari Sollecitar dell’amorosa Dea. Impaziente or tu l’affretta e sprona, Perchè a te porga il desiato avorio Che delle amate forme impresso ride, O che il pennel cortese ivi dispieghi L’alme sembianze del tuo viso, ond’abbia Tacito pasco allor che te non vede La pudica d’altrui sposa a te cara; O che di lei medesma al vivo esprima L’imagin vaga; o se ti piace, ancora D’altra fiamma furtiva a te presenti Con più largo confin le amiche membra. Ma poi che al fine alle tue luci esposto Fia il ritratto gentil, tu cauto osserva Se bene il simulato al ver risponda, Vie più rigido assai se il tuo sembiante Esprimer denno i colorati punti, Che l’arte ivi dispose. Oh quante mende Scorger tu vi saprai! Or brune troppo A te parran le guance; or fia ch’ecceda Mal frenata la bocca; or qual conviensi Al camuso Etiope il naso fia. Ti giovi ancora d’accusar sovente Il dipintor, che non atteggi industre L’agili membra, e il dignitoso busto, O che con poca legge alla tua imago Dia contorno, o la posi, o la panneggi. È ver che tu del grande di Crotone Non conosci la scuola, e mai tua mano Non abbassossi alla volgar matita, Che fu nell’altra età cara a’ tuoi pari, Cui sconosciute ancora eran più dolci, E più nobili cure a te serbate. Ma che non puote quel d’ogni precetto Gusto trionfator, che all’ordin vostro In vece di Maestro il ciel concesse, Ed onde a voi coniò le altere menti Acciò che possan de’ volgari ingegni Oltre passar la paludosa nebbia E d’aere più puro abitatrici Non fallibili scerre il vero e il bello? Perciò qual più ti par loda, riprendi Non men fermo d’allor che a scranna siedi Rafael giudicando, o l’altro eguale Che del gran nome suo l’Adige onora: E alle tavole ignote i noti nomi Grave comparti di color, che primi Fur tra Pittori. Ah! s’altri è sì procace, Ch’osi rider di te, costui paventi L’augusta maestà del tuo cospetto, Si volga alla parete; e mentr’ei cerca Por freno in van col morder delle labbra, Allo scrosciar delle importune risa, Che scoppian da’ precordi, violenta Convulsione a lui deformi il volto, E lo affoghi aspra tosse, e lo punisca Di sua temerità. Ma tu non pensi, Ch’altri ardisca di te rider giammai; E mai sempre imperterrito decidi. Or l’immagin compiuta intanto serba, Perchè in nobile arnese un dì si chiuda Con opposto cristallo, ove tu faccia Sovente paragon di tua beltade Con la beltà de la tua Dama; o agli occhi Degl’invidi la tolga, e in sen l’asconda Sagace tabacchiera, o a te riluca Sul minor dito fra le gemme e l’oro; O delle grazie del tuo viso desti Soavi rimembranze al braccio avvolta Della pudica altrui Sposa a te cara. Ma giunta è alfin del dotto pettin l’opra. Già il maestro elegante intorno spande Dalla man scossa un polveroso nembo Onde a te innanzi tempo il crine imbianchi. D’orribil pianto risonar s’udio Già la Corte d’Amore. I tardi veglj Grinzuti osar coi giovani nipoti Contendere di grado in faccia al soglio Del comune Signor. Rise la fresca Gioventude animosa, e d’agri motti Libera punse la senil baldanza. Gran tumulto nascea, se non che Amore, Ch’ogni diseguaglianza odia in sua corte, A spegner mosse i perigliosi sdegni: E a quei, che militando incanutiro, Suoi servi impose d’imitar con arte I due bei fior, che in giovenile gota Educa e nutre di sua man natura: Indi fe’ cenno, e in un balen fur visti Mille alati Ministri alto volando Scoter le piume, e lieve indi fiocconne Candida polve, che a posar vi venne Sulle giovani chiome; e in bianco volse Il biondo nero, e l’odiato rosso. L’occhio così nell’amorosa Reggia Più non distinse le due opposte etadi, E solo vi restò giudice il Tatto. Or tu adunque, o Signor, tu che se’ il primo Fregio ed onor dell’amoroso Regno I sacri usi ne serba. Ecco che sparsa Pria da provida man la bianca polve In piccolo stanzin con l’aere pugna, E degli atomi suoi tutto riempie Egualmente divisa. Or ti fa’ cuore, E in seno a quella vorticosa nebbia Animoso ti avventa. O bravo o forte! Tale il grand’avo tuo tra ’l fumo, e ’l foco Orribile di Marte, furiando Gittossi allor che i palpitanti Lari Della Patria difese, e ruppe e in fuga Mise l’oste feroce. Ei non pertanto Fuliginoso il volto, d’atro sangue Asperso e di sudore, e co’ capegli Stracciati ed irti dalla mischia uscio Spettacol fero a’ cittadini istessi Per sua man salvi; ove tu assai più dolce E leggiadro a vedersi, in bianca spoglia Uscirai quindi a poco a bear gli occhi De la cara tua patria cui dell’Avo Il forte braccio, e il viso almo, celeste Del nipote dovean portar salute. Ella ti attende impaziente, e mille Anni le sembra il tuo tardar poc’ore. È tempo omai che i tuoi valetti al dorso Con lieve man ti adattino le vesti, Cui la moda e ’l buon gusto in su la Senna T’abbian tessute a gara, e qui cucite Abbia ricco Sartor, che in su lo scudo Mostri intrecciato a forbici eleganti Il titol di Monsieur. Non sol dia leggi Alla materia la stagion diversa, Ma sien, qual si conviene al giorno e all’ora, Sempre varj il lavoro e la ricchezza. Fero genio di Marte a guardar posto Della stirpe de’ Numi il caro fianco, Tu al mio giovane Eroe la spada or cingi Lieve e corta non già, ma qual richiede La stagion bellicosa, al suol cadente, E di triplice taglio armata e d’elsa Immane. Quanto esser può mai sublime L’annoda pure, onde l’impugni all’uopo La furibonda destra in un momento: Nè disdegnar con le sanguigne dita Di ripulire ed ordinar quel nodo, Onde l’elsa è superba; industre studio È di candida mano; al mio Signore Dianzi donollo, e gliel appese al brando, La pudica d’altrui Sposa a lui cara. Tal del famoso Artù vide la corte Le infiammate d’amor donzelle ardite Ornar di piume, e di purpuree fasce I fatati guerrieri onde più ardenti Gisser poi questi ad incontrar periglio In selve orrende tra i giganti, e i mostri. Figlie della Memoria inclite Suore, Che invocate scendeste, e i feri nomi Delle squadre diverse, e degli Eroi Annoveraste ai grandi che cantaro Achille, Enea, e il non minor Buglione, Or m’è d’uopo di voi: tropp’ardua impresa E insuperabil senza vostr’aita Fia ricordare al mio Signor di quanti Leggiadri arnesi graverà sue vesti Pria che di se medesmo esca a far pompa. Ma qual tra tanti, e sì leggiadri arnesi Sì felice sarà, che pria d’ogni altro, Signor, venga a formar tua nobil soma? Tutti importan del par. Veggo l’astuccio Di pelle rilucente ornato e d’oro Sdegnar la turba, e gli occhi tuoi primiero Occupar di sua mole: esso a mill’uopo Opportuno si vanta, e in grembo a lui Atta agli orecchi, ai denti, ai peli, all’ugne Vien forbita famiglia. A lui contende I primi onori d’odorifer’onda Colmo cristal, che a la tua vita in forse Rechi soccorso allor che il vulgo ardisce Troppo accosto vibrar dalla vil salma Fastidiosi effluvi alle tue nari. Nè men pronto di quello all’uopo istesso L’imitante un cuscin purpureo drappo Mostra turgido il sen d’erbe odorate, Che l’aprica montagna in tuo favore Al possente meriggio educa e scalda. Seco vien pur di cristallina rupe Prezioso Vasello, onde traluce Non volgare confetto, ove agli aromi Stimolanti s’unio l’ambra o la terra Che il Giappon manda a profumar de’ Grandi L’etereo fiato; in quel che il Caramano Fa gemer latte dall’inciso capo De’ papaveri suoi, perchè, qualora Non ben felice amor l’alma t’attrista, Lene serpendo per le membra, acqueti A te gli spirti, e nella mente induca Lieta stupidità, che mille aduni Immagin dolci, e al tuo desio conformi. A questi arnesi il cannocchiale aggiugni, E la guernita d’oro Anglica lente. Quel notturno favor ti presti allora Che in teatro t’assidi, e t’avvicini Gli snelli piedi, e le canore labbra Dalla scena rimota, e con maligno Occhio ricerchi di qualch’alta loggia Le abitate tenebre, o miri altrove Gli ognor nascenti, e moribondi amori Delle tenere Dame, onde s’appresti Per l’eloquenza tua nel dì vicino Lunga e grave materia. A te la Lente Nel giorno assista, e de gli sguardi tuoi Economa presieda, e sì li parta, Che il mirato da te vada superbo, Nè i malvisti accusarti osin giammai. La Lente ancora all’occhio tuo vicina Irrefragabil giudice condanni, O approvi di Palladio i muri e gli archi, O di Tizian le tele: essa alle vesti, Ai libri, ai volti femminili applauda Severa, o li dispregi. E chi del senso Comun sì privo fia, che opporsi unquanco Osi al sentenziar della tua Lente? Non per questo però sdegna, o Signore, Giunto allo specchio, in Gallico sermone Il vezzoso giornal; non le notate Eburnee Tavolette a guardar preste Tuoi sublimi pensier, fin ch’abbian luce Doman tra i begli spirti; e non isdegna La picciola Guaina, ove a’ tuoi cenni Mille stan pronti ognora argentei spilli. O quante volte a Cavalier sagace Ho vedut’io le man render beate Uno apprestato a tempo unico spillo! Ma dove, ahi! dove inonorato, e solo Lasci ’l coltello, a cui l’oro e l’acciaro Donar gemina lama, e a cui la madre Della gemma più bella d’Anfitrite Diè manico elegante, ove il colore Con dolce variar l’iride imita? Opra sol fia di lui se ne’ superbi Convivj ognaltro avanzerai per fama D’esimio trinciatore, e se l’invidia De’ tuoi gran pari ecciterai qualora, Pollo, o Fagian con la forcina in alto Sospeso, a un colpo il priverai dell’anca Mirabilmente. Or ti ricolmi alfine D’ambo i lati la giubba, ed oleosa Spagna e Rapè, cui semplice Origuela Chiuda, o a molti colori oro dipinto; E cupide ad ornar tue bianche dita Salgan le anella, in fra le quali assai Più caro a te dell’adamante istesso Cerchietto inciso d’amorosi motti Stringati alquanto, e sovvenir ti faccia Della pudica altrui Sposa a te cara. Compiuto è il gran lavoro. Odi, o Signore, Sonar già intorno la ferrata zampa De’ superbi corsier; che irrequieti Ne’ grand’atrj sospigne, arretra e volge La disciplina dell’ardito auriga. Sorgi, e t’appresta a render baldi e lieti Del tuo nobile incarco i bruti ancora. Ma a possente Signor scender non lice Dalle stanze superne infin che al gelo O al meriggio non abbia il cocchier stanco Durato un pezzo, onde l’uom servo intenda Per quanto immensa via natura il parta Dal suo Signore. I miei precetti intanto Io seguirò, che varie al tuo mattino Portar dee cure il variar dei giorni. Tal dì ti aspetta d’eloquenti fogli Serie a vergar, che al Rodano, al Lemano, All’Amstel, al Tirreno, all’Adria legga Il librajo che Momo, e Citerea Colmar di beni, o il più di lui possente Appaltator di forestiere scene, Con cui per opra tua facil donzella Sua virtù merchi, e non sperato ottenga Guiderdone al suo canto. O di grand’alma Primo fregio ed onor Beneficenza, Che al merto porgi ed a virtù la mano! Tu il ricco e il grande sopra il vulgo innalzi; Ed al concilio de gli Dei lo aggiugni Tal giorno ancora, o d’ogni giorno forse Dee qualch’ora serbarsi al molle ferro, Che il pelo a te rigermogliante a pena D’in su la guancia miete, e par che invidj, Ch’altri fuor che lui solo esplori o scopra Unqua il tuo sesso. Arrogi a questi il giorno, Che di lavacro universal convienti Bagnar le membra, per tua propria mano, O per altrui con odorose spugne Trascorrendo la cute. È ver che allora D’esser mortal ti sembrerà; ma innalza Tu allor la mente, e de’ grand’avi tuoi Le imprese ti rimembra, e gli ozj illustri, Che infino a te per secoli cotanti, Misti scesero al chiaro altero sangue, E l’ubbioso pensier vedrai fuggirsi Lunge da te per l’aere rapito Sull’ale della Gloria alto volanti; Ed indi a poco sorgerai qual prima Gran Semideo, che a se solo somiglia. Fama è così, che il dì quinto le Fate Loro salma immortal vedean coprirsi Già d’orribili scaglie, e in fredda serpe Volte strisciar sul suolo a se facendo Delle inarcate spire impeto e forza; Ma il primo sol le rivedea più belle Far beati gli amanti, e a un volger d’occhi Mescere a voglia lor la terra e il mare. Ma giusto è pur che da sì gravi cure T’allevj alquanto, e con pietosa mano Il teso per gran tempo arco rallenti. Signore, al ciel non è più cara cosa Di tua salute: e troppo a noi mortali È il viver de’ tuoi pari util tesoro. Tu adunque allor che placida mattina Vestita riderà d’un bel sereno, Esci pedestre, e le abbattute membra All’aura salutar snoda, e rinfranca. Di nobil cuojo a te la gamba calzi Purpureo stivaletto, onde il tuo piede Non macchino giammai la polve, e ’l limo, Che l’uom calpesta. A te s’avvolga intorno Leggiadra veste, che sul dorso sciolta Vada ondeggiando, e tue formose braccia Leghi in manica angusta, a cui vermiglio, O cilestro velluto orni gli estremi Del bel color, che l’Elitropio tigne. Sottilissima benda indi ti fasci La snella gola: e il crin... Ma il crin, Signore, Forma non abbia ancor dalla man dotta Dell’artefice suo; che troppo fora, Ahi! troppo grave error lasciar tant’opra De le licenziose aure in balia. Non senz’arte però vada negletto Su gli omeri a cader; ma, o che natura A te il nodrisca, o che da ignota fronte Il più famoso parrucchier lo tolga, E l’adatti al tuo capo, in sul tuo capo Ripiegato l’afferri, e lo sospenda, Con testugginei denti il pettin curvo. Poi che in tal guisa te medesmo ornato Con artificio negligente avrai, Esci pedestre a respirar talvolta L’aere mattutino; e ad alta canna Appoggiando la man, quasi baleno Le vie trascorri, e premi ed urta il volgo, Che s’oppone al tuo corso. In altra guisa Fora colpa l’uscir, perocchè andrieno Mal distinti dal vulgo i primi eroi. Ciò ti basti per or. Già l’orivolo A girtene ti affretta. Ohimè! che vago Arsenal minutissimo di cose Ciondola quindi, e ripercosso insieme Molce con soavissimo tintinno! Di costì che non pende? avvi per fino Piccioli cocchi, e piccioli destrieri Finti in oro così, che sembran vivi. Ma v’hai tu il meglio? ah sì che i miei precetti Sagace prevenisti: ecco che splende Chiuso in picciol cristallo il dolce pegno Di fortunato amor. Lunge o profani; Che a voi tant’oltre penetrar non lice, E voi, dell’altro secolo feroci, Ed ispid’avi, i vostri almi nipoti Venite oggi a mirar. Co’ sanguinosi Pugnali a lato le campestri rocche Voi godeste abitar, truci all’aspetto E per gran baffi rigidi la guancia Consultando gli sgherri, e sol giojendo Di trattar l’arme, che d’orribil palla Givan notturne a traforar le porte Del non meno di voi rivale armato. Ma i vostri almi nipoti oggidì stanno Ad agitar tra le tranquille dita Dell’oriolo i ciondoli vezzosi; Ed opra è lor se all’innocenza antica Torna pur anco, e bamboleggia il mondo. Or vanne, o mio Signore, e il pranzo allegra Della tua Dama: a lei dolce ministro Dispensa i cibi, e detta al suo palato, E a la sua fame inviolabil legge. Ma tu non obbliar, che in nulla cosa Esser mediocre a gran Signor non lice: Abbia il popol confini, a voi natura Donò senza confini e mente, e cuore. Dunque alla mensa, o tu schifo rifuggi Ogni vivanda, e te medesmo rendi Per inedia famoso, o nome acquista D’illustre voratore. Intanto addio Degli uomini delizia, e di tua stirpe, E della patria tua gloria e sostegno. Ecco che umili in bipartita schiera T’accolgono i tuoi servi: altri già pronto Via se ne corre ad annunciare al mondo, Che tu vieni a bearlo, altri alle braccia Timido ti sostien mentre il dorato Cocchio tu sali, e tacito, e severo Sur un canto ti sdrai. Apriti, o vulgo, E cedi il passo al trono ove s’asside Il mio Signore: ahi! te meschin s’ei perde Un sol per te de’ preziosi istanti! Temi il non mai da legge, o verga, o fune Domabile cocchier, temi le rote Che già più volte le tue membra in giro Avvolser seco, e del tuo impuro sangue Corser macchiate, e il suol di lunga striscia, Spettacol miserabile, segnaro.