Italian poem
IV. La educazione
Torna a fiorir la rosa che pur di anzi languía; e molle si riposa sopra i gigli di pria. Brillano le pupille di vivaci scintille. La guancia risorgente tondeggia sul bel viso: e, quasi lampo ardente, va saltellando il riso tra i muscoli del labro ove riede il cinabro. I crin che in rete accolti, lunga stagione, ahi! fôro, su l’omero disciolti qual ruscelletto d’oro forma attendon novella d’artificiose anella. Vigor novo conforta l’irrequieto piede: natura ecco ecco il porta, sí che al vento non cede, fra gli utili trastulli de’ vezzosi fanciulli.
O mio tenero verso, di chi parlando vai, die studi esser piú terso e polito che mai? Parli del giovinetto, mia cura e mio diletto? Pur or cessò l’affanno del morbo ond’ei fu grave: oggi l’undecim’anno gli porta il sol, soave scaldando con sua teda i figliuoli di Leda. Simili or dunque a dolce mèle di favi iblei, che lento i petti molce, scendete, o versi miei, sopra l’ali sonore del giovinetto al core. O pianta di buon seme, al suolo, al cielo amica, che a coronar la speme cresci di mia fatica, salve in sí fausto giorno di pura luce adorno. Vorrei di geniali doni gran pregio offrirti; ma chi diè liberali essere a i sacri spirti? Fuor che la cetra, a loro non venne altro tesoro. Deh per che non somiglio al téssalo maestro, che di Tetide il figlio guidò sul cammin destro? Ben io ti farei doni piú che d’oro e canzoni.
Giá con medica mano quel centauro ingegnoso rendea feroce e sano il suo alunno famoso; ma non men che a la salma porgea vigore all’alma. A lui che gli sedea sopra la irsuta schiena, Chiron si rivolgea con la fronte serena, tentando in su la lira suon che virtude inspira. Scorrea con giovanile man pel selvoso mento del precettor gentile; e con l’orecchio intento, d’Eácide la prole bevea queste parole: — Garzon, nato al soccorso di Grecia, or ti rimembra per che a la lotta e al corso io t’educai le membra. Che non può un’alma ardita se in forti membri ha vita? Ben sul robusto fianco stai; ben stendi dell’arco il nervo al lato manco, onde, al segno ch’io marco, va stridendo lo strale da la cocca fatale. Ma in van, se il resto oblio, ti avrò possanza infuso. Non sai qual contro a Dio fe’ di sue forze abuso con temeraria fronte chi monte impose a monte?
Di Teti, odi, o figliuolo, il ver che a te si scopre. Dall’alma origin solo han le lodevol’opre. Mal giova illustre sangue ad animo che langue. D’Èaco e di Pelèo col seme in te non scese il valor che Tesèo chiari e Tirintio rese: sol da noi si guadagna, e con noi s’accompagna. Gran prole era di Giove il magnanimo Alcide; ma quante egli fa prove, e quanti mostri ancide, onde s’innalzi poi al seggio de gli eroi? Altri le altere cune lascia, o garzon, che pregi. Le superbe fortune del vile anco son fregi. Chi de la gloria è vago sol di virtú sia pago. Onora, o figlio, il nume che dall’alto ti guarda: ma solo a lui non fumee incenso o vittim’arda. È d’uopo, Achille, alzare nell’alma il primo altare. Giustizia entro al tuo seno sieda e sul labbro il vero; e le tue mani sièno qual albero straniero onde soavi unguenti stillili sopra le genti.
Per che si pronti affetti nel core il ciel ti pose? Questi a Ragion commetti; e tu vedrai gran cose; quindi l’alta rettrice somma virtude elice. Si bei doni del cielo no, non celar, garzone, con ipocrito velo che a la virtú si oppone. Il marchio ond’è il cor scolto lascia apparir nel volto. Da la lor meta han lode, figlio, gli affetti umani. Tu per la Grecia prode insanguina le mani: qua volgi, qua l’ardire de le magnanim’ire. Ma quel piú dolce senso onde ad amar ti pieghi tra lo stuol d’armi denso venga, e pietá non nieghi al debole che cade, e a te grida pietade. Te questo ognor costante schermo renda al mendico; fido ti faccia amante e indomabile amico. Cosí, con legge alterna, l’animo si governa. — Tal cantava il centauro, baci il giovan gli offriva con ghirlande di lauro. E Tetide che udiva, a la fera divina, plaudía da la marina.