Italian poem
IV. La sincerità
Viva viva la Giuditta, non giá quella che troncò il gran capo ad Oloferne, onde il popolo salvò; ma quell’altra, assai piú bella e piú grande nel valor, la qual fece un’altra cosa che piú degna è di stupor. Che mai fece questa bella per che vantisi cosí? E che mai si può aspettare da le belle d’oggidi? Questa bella, dimandata gli anni suoi di palesar, gran portento! disse il vero, senza un attimo levar. Oh portento, oh meraviglia! Come questo dar si può? Questa è l’unica fenice, che giammai non si trovò. Ma i nemici d’ogni lode, i maligni saltan su; e mi dicon: — Che rumore? Non è poi si gran virtú.
Ella è saggia e fresca e bella; tutto questo ognuno il sa: perché dunque ella dovea far misterio dell’etá? — La natura femminile, sciocco vulgo, è ignota a te: e nel fatto non comprendi tutto il merito che v’è. La natura ad ogni donna, dell’etá sul primo albor, de la cara giovinezza fa conoscere il valor. E le dice: — Tu se’ bella; sará grande il tuo poter; ma piú giovane ti fingi, piú se’ certa di piacer. — Quindi nasce ch’ogni donna altro ha in bocca ed altro in sen; tal che vuol su i quindici anni guadagnare un anno almen; tre su i venti, e cinque poi de’ sei lustri in sul confin; ma galoppan le decine, se l’ottavo è a lei vicin. Uso tal si fa bisogno, poi divien necessitá; si che alfine almen su gli anni non può dir la veritá. Anzi a sé mentisce ancora; non accorgesi d’errar; la memoria la tradisce; torna in dietro nel contar.