Italian poem
IV. Sopra la guerra
Fogliazzi, amor di Temi e delle Muse, che teco a raddolcir scendono i petti con amabil concento in cui le Grazie sparser di loro mano il mèle ibleo, forse, mentre che noi sediam cantando placidamente, e sol di versi armati argin poniamo a le mordaci cure, su la Vistola afflitta il furibondo Marte semina strage ampia e rovine, Ben so che meco ai coraggiosi applaudí geni de l’Austria: e del valor t’allegri de’ figli suoi, che a la cornuti salute le vite lor sul periglioso vallo offron securi; e fan de’ petti ignudi illustre scudo ai timidi Penati. Natura in prima, e poi Ragion ne appella le patrie mura a sostener pugnando: e questa è la virtú che fe’ si arditi Orazio al ponte e Curzio a la vorago. Ma per tua fé, qualor l’alata dea reca novella di crudel conflitto, di’, non ti nasce allor nel sen pietade de’ miseri mortali; e orrore incontro al fero mostro che, d’Averno uscito, sol di sangue si pasce e di rapine?
Certo che si, però che a te la mente ragione irradia: e saggio amor ti accende, di cui filosofia fu a te maestra, allor ch’esaminar su giusta lance ti fé’ il valor delle mondane cose. Tempo fu giá che i mari, i fiumi e l’alpi ponean confine ai regni: e non l’immensa aviditá che ognor piú alto agogna. Ciascun signore allor nelle sue terre vivea contento del primier domino che a lui natura o altrui piacer donava; vie piú che d’oro e di purpuree vesti ricco del cor de’ sudditi beati. I campi eran sua cura e 1 ’utili arti e ’l commerzio e gli studi a Palla amici, onde fiorendo ogni cittá sorgea piú ricca e bella, e le frequenti vie di popolo infinito adorna e piena. Che se talora ambizioso spirto di por tentava a l’altrui patria il freno, e regnar sopra gli altri, incontanente qual da l’aratro e qual da le officine balzar vedeasi: e, tra lor fatto un nodo che indissolubil fé stringea per sempre, s’avventavan feroci, e dell’ingiusto assalitor le forze ivan disperse in un momento. Allor l’amica Pace, qual dopo lieve nuvoletto estivo fa il ciel sereno, sopra lor ridea. Felice tempo, ohimè! quanto desio de’ tuoi placidi giorni a noi lasciasti, poi che venne a turbar si bel riposo mostro infernal che di superbia nacque! Per lui prima divenne arte e scienza dar morte all’uomo; e la piú nobil vita sprezzar ridendo. Origine celeste
ei finger seppe: e per le aurate corti sapienti adulatori a sue menzogne accrebber fede; allor che l’empia guerra chiamar consiglio de l’eterna Mente: e dir fúr osi che senz’essa i poli mal reggerebbon l’insoffribil peso di tante genti, a cui d’alloggio e pasco saria scarsa la terra. Empi! che Dio creder si ingiusto che a pugnar l’un frate spinga coll’altro; e del lor sangue ei goda. Forse mille altre vie non bastan anco onde viene al suo fin l’umana vita rósa da gli anni o pur tronca ed infranta subitamente? Intanto il crudo mostro, ognor crescendo, ognor piú accorto finse nomi e sembianze: e lui Ragion chiamáro le ambiziose menti a cui sol piacque sopra le altrui rovine erger sé stesse. Per lor consiglio i regi a certa morte spinser per forza incontro all’armi e al foco i miseri soggetti, i quai Io scettro dato avean loro per salvar sé stessi dall’esterno furore; e aver secure all’ombra d’un signor vita e ricchezze. Fu poi detto valor fra i giovenili audaci spirti, a cui fa spesso inganno l’ombra falsa d’onor; ché non nel tórre l’oro e le vite altrui virtú s’appoggia; ma si ben nel versar fiumi di sangue per la sua patria; e assicurar con una mille di cittadin preziose vite ch’esser den solo de la patria a un figlio cara gemma e tesoro. In cotal guisa corse l’acherontea’ belva le terre. Nulla piú fu securo. In van Natura di monti inaccessibili rinchiuse
i popol vari, e sciolse i regi fiumi a divider gli stati. Innanzi a lei tutto s’aperse; e ponderoso e curvo da le antiche sue sedi il santo dio Termin levossi: e quello allor fu visto che da natura a le medesme fiere negato fu; ch’ove il leon non pugna contro il leone, e contro al tigre il tigre, pugna Tuoni contra l’uomo e a morte il cerca. Che piú? cotanto osò Torribil Furia che di religion prese le spoglie, e posto il ferro in mano alTuom, gli disse: —Uccidi pur; ché cosí il ciel comanda.— Tutto cosí inondaron l’Oriente, e la Gallia e TItalia arme ed armati: né salve andáro da furor si cieco le stesse al sommo Dio vittime sacre; però che sotto al vastator suo piede sparso rimase il suol d’ossa insepolte e d’arsi templi e di sfrondati gigli di vergini pudiche e caste spose. Né al piè licenzioso pose freno l’oceano immenso; cli’ei Terculee mete passò superbo: e l’alte sedi infranse, e i legittimi imperi: e giú dal trono gl’innocenti signor balzò spietato; e giunse a tal, che vóto di mortali lasciò il terreno onde partissi in prima e quel dove approdò. Deh! poi che al colmo di sua fierezza è Timplacabil mostro, péra oggimai: e a’ desideri umani freno si ponga ond’ei si nutre e accresce; si che i primieri di tornin si belli, e sospirati assai. Ben la lor pura luce tornava a rallegrar poc’anzi questo secol felice in cui la donna
dell’Istro impera, a cui le sagge voglie solo il ciel detta al comun ben rivolte; se da settentrione il fero turbo non dissipava la su’ amica pace, cui per tornar nella primiera sede i magnanimi eroi sudan pugnando. Vincan lor armi a cui dal cielo assiste l’alma Giustizia: e noi tessiam frattanto nova corona ai vincitor futuri.