Versos Italian Giuseppe Parini III. Nel dì di san Bernardino sanese

Italian poem

III. Nel dì di san Bernardino sanese

by

Listen in the reader

Sorgi, novella aurora, e il crin componi oltre l’usato de’ piú vaghi fiori, che in quest’alma stagione a noi tu doni. Mira che il sol non osa spuntar fuori aneli’ei de l’oceán col carro ardente, però ch’ei teme de’ suoi propri onori. Andran vostre bellezze inferme e spente dinanzi al nome di colui che il mondo salvò dall’ira del crudel serpente, A quel gran nome inchinasi ’l giocondo albergo de’ beati, a quel gran nome il suol s’inchina e il Tartaro profondo. Ma tu, celeste Musa, or dimmi come sparse gli onor del nome santo intorno il fraticel che in cielo orna le chiome d’eterni raggi, ed a cui sacro è il giorno ventesimo del mese che il sol mostra di Leda favolosa il doppio scorno. A lui s’aperse la materna chiostra il di ch’è festo al gran natal di lei che diede al mondo la salute nostra. A che de gli avi suoi canto i trofei, o di te, patria sua, che dotta e altera degl’itali delizia a ragion sei?

Te stessa illustra la bontá sua vera, lo cui splendore un di del sozzo Averno sgombrò in Italia la caligin nera. Piccol fanciullo ancor mostrò il superno don di facondia, ond’ei poteo cotanto, insin ch’ei lasciò il frale ad Amiterno; però che pueril turba, all’incanto tratta del suo parlar, nascer sentia nel cor la doglia e ne le luci il pianto. Ma poi ch’ei giunse al sommo de la via che, a doppia elezione, in duo si scioglie, la dritta ei tenne e non guardò a la ria. E il nobil fior, che s’altri un di lo coglie piú non rinverde, ognor tenne si chiuso, che invan gliel combatter non pure voglie. Sassel colei che col volto confuso da lui si diparti, da poi che in vano gli ebbe l’intero suo pensier dischiuso. Quantunque fabbricar femminil mano sa lusinghe al diletto in opra pose quell’arsa donna di furore insano; le luci armò di fiamme velenose; dolce ad arte languí; preghi, querele... e nulla legge ad onestate impose. Ma il giovin forte, come in mar crudele scoglio, immoto si stette; e il corpo vinse, novo seguace al figlio di Rachele; anzi duro flagello in mano strinse, e a la Venere ignuda il caldo fianco de lo stesso di lei sangue dipinse. Dritto era ben che come neve bianco fosse l’araldo che del sommo agnello dovea il nome dappoi bandir si franco. E colui che in Alvernia il gran modello copiò di Cristo in sé, ben si compiacque che tanto lume ornasse il suo drappello.

Ma perché il rito che da Ambrosio nacque vuol questo giorno a la grand’alma sacro che or si disseta nelle divin’acque? Or io il dirò: Aletto che con acro viso mira il ben nostro, ave’ a’ mortali de la Pace rapito il simulacro; e Italia, oppressa da infiniti mali, vedea piantar l’un figlio a l’altro in seno i caldi de l’altrui sangue pugnali. Scorrea la furia e il rabido veleno le terre tutte; si che l’una ormai sotto il ferro de l’altra venia meno. Né tu però fuggisti i comun guai, o cara patria mia, che dal canuto verro il nome famoso e nobil hai. Tal eri forse tu qual fu veduto il Lazio allor che lo sospinse al sangue quella implacabil’anima di Bruto. Ma Bernardin, che in pulpito non langue, tra lo zelo inquieto la man porse, e in piedi alzò la bella Pace esangue. E giovine puranco a Milan corse, e partissi, e tornò; e dèi suo duce, impavido parlando, il fasto morse; e, al balenar di sovrumana luce, cacciò l’empia Discordia, a lei mostrando l’immortai nome che in trionfo adduce. In cambio di vessillo o targa o brando, feroci insegne! allor ne l’alto appese il nome di cui Stige odia il comando; che ’l cittadin devoto con sospese luci mira talor, pensando a lui che, per noi ricomprar, sua vita spese; poi, colla man cenno facendo altrui: — Quest’è fors’opra, — dice, — del gran divo cui fur cari i nostr’avi, ed or siam nui. —

Però è dover che ’l di ch’ei d’esser vivo lasciò qui ’n terra, e in ciel féssi immortale, non sia per noi di voti e d’onor privo; ma al tempio suo, che culto ha verginale, il pannicel s’onori onde ammantosse, e i sacri rostri ond’egli a l’infernale mostro fe’ guerra, e ogni duro cor mosse.