Italian poem
III. Il lauro
Apollo passeggiò l’altr’ier per una via, e il suo lauro mirò appeso per insegna all’osteria. Allor lo dio canoro diede affatto ne’ lumi; stracciossi i capei d’oro; e poi gridò cosí: — Oh secolo! oh costumi! Chi fu quel mascalzone che por le mie corone in si vii loco ardi? Deh perché or non è qui! ch’io’l farei diventar Marsia o Pitone.— Udí queste bravate il buon Sileno, che di dentro, giocando co’ suoi fauni, e trincando, faceva il verno rio parer sereno. Però, tremando e barcollando, con occhi ove ad ognora mista col vin scoppietta l’allegria, usci dell’osteria, e disse al Sol, che bestemmiava ancora: — O figlio di Latona, o di Cinzia fratello,
onde tanto rovello? Sai tu perché l’eterna tua ghirlanda or è fregio alla taverna? Fu un vate poverello che, non avendo da pagar lo scotto, pegno lasciolla all’oste, dicendo: «Questa dotto far avvi diventar, sebben voi foste piú tondo assai che non è l’O di Giotto. Questa da voi lontano le folgori terrá: e per voi Giove invano dal cielo tonerá.» L’oste con quello alloro all’orefice andò, credendo di cavarne un gran tesoro: e il fatto gli narrò. Rise il maestro, e poi disse: «Mirate che le putte scodate or calano alla rete! Compare, in fede mia, andate, che voi siete piú asino di pria.» L’oste a casa tornato, un fulmine cascò che tutto gli asciugò nelle bigonce il vino. Il novo Calandrino, vedutosi beffato, tolse l’alloro, e irato, con le sue proprie mani, lo appese all’osteria, dicendo: «Lá rimani per vituperio della poesia». — Silen volea piú dir; ma non potè Febo piú; tenersi
e il lauro strappò giú dal crine, e disse: — Io non ti stimo un fico; Vanne lungi da me; e al colmo dell’infamia oggi t’appresta! — Disse; e a un dottor mio amico ne coronò la testa.