Versos Italian Giuseppe Parini II. Nella festa di sant'Ambrogio

Italian poem

II. Nella festa di sant'Ambrogio

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O d’Insubria superba alta reina, che da’ tuoi figli hai gloria e lor la imparti, ben gir di te medesma altera e balda, ben ti vegg’io, poiché le nobil’arti e i sacri studi e l’alta e pellegrina fama dell’opre tue si chiara e salda, ogni cantor d’un bel foco riscalda. Ma chi, veggendo il puro e largo fonte, dará nome al suo rio, che d’alto caggia? Chi, mentre il sol tutto in bel cerchio irraggia, suoi vaghi effetti innalzeralli a fronte? Non io tue lodi conte farò; ma di colui, che in te sol spande quanto, Milan, se’ bella oppur se’ grande. Folle chi primo un nero spirto immondo bestemmiando chiamò genio del loco: e i patri muri e i dolci amati campi a lui diè in guardia e ’l famigliar suo foco. Hanno i celesti sol cura del mondo: essi fan che virtude in terra stampi sue lucid’orme: e Lui che di sé gli ampi abissi ingombra, in loro man la cura dell’uom commise; e in lor custodia ei diede qual piú si piacque a lui terrena sede: però s’ognor piú bella e piú secura e di luce piú pura,

o madre inclita mia, ognor ti fregi, ben dèi saper cui tu debbi i tuoi pregi. Chi fu che i tuoi pensieri a Dio rivolse onde ogni ben deriva, e a le tue preci e a’ tuoi culti diè norma e nome ancora? Ambrosio ei fu, che i latin riti e i greci e i tuoi puranco in un bel nodo accolse, onde l’ordin tuo sacro alto s’onora; e dal ciel sopra te trae grazie ognora, sicché per lui ne’ tuo’ fòri e ne’ tempi tu sovr’ogni altra terra il capo estolli, emulatrice de’ romulei colli. Ei te dagli esecrandi e stolti esempi forte purgò degli empi, quale il vigil cultor sterpa anco acerbe le infelici dal campo inutili erbe. Né, poiché del gran Padre in ciel lo spirto, sciolto del nostro fral, giunse al suo meglio, ei t’obliò; ch’anzi i tuoi crudi affanni mirò pietoso nell’eterno speglio; e ratto ei corse; e ’l sanguinoso ed irto tuo crin ritolse ai barbari tiranni: e d’implacabil’ire acceso, ai danni scese de’ tuoi nimici. Ecco il re gallo tuo traditor, ch’a Malaspina il nome diè con sua morte, ancor alza le chiome per cui passò la fatai punta, ond’hallo punito ei del suo fallo, il di, che gli mostrò in si chiare note che le minacce sue non tornan vuote. Conrado, e tu, qual gelo allor ti corse a ricercar tutte le vene e Possa e ad agghiacciarti ’l seno, allor che in alto scorgesti Ambrosio con mirabil possa brandir suo ferro? Di tua vita in forse ben fosti il di ch’ai suo celeste assalto

caddero i tuoi; e risonar dell’alto suo furor fra le nubi udisti il tuono. Misero! a che t’addusse il volger Tarmi contro a la sua cittade, allor ch’ei s’armi in suo favore? Udisti il fiero suono di sue folgori: e prono tei vedesti sul capo andar vibrando incontro a te Tinesorabil brando. Fra’ tuoi buon giorni ogni anno il di ritorna, Milan felice, oh di chiaro e beato! quando incontro mirasti al tuo rubello figlio, Ambrosio venir dal cielo armato; ed a’ nimici tuoi fiaccar le corna col crudo inevitabile flagello. Oh come allor l’inviperito e fello suo corridore urtò Tarmate schiere, rotando ei la gran ferza! oh come al piano stese il nemico, resistente invano; e di bei lauri ornò le tue bandiere! Tanto pungenti e fiere gli furo al cor le tue sventure; e tanto cálsegli ognor di rasciugar tuo pianto. Ma non creder però lui si pietoso, che teco ancor de la paterna sferza non usi: il genitor, ch’ama il suo figlio, non sempre dolce il guarda, e con lui scherza; ma spesso ancor dentro al suo petto ascoso manda gli sdegni a balenar sul ciglio. Tale Ambrosio vèr te: nel tuo periglio del nume offeso ei ti fa scudo all’ire; ma poi, ministro del gran braccio eterno fatto, a te mostra con valor superno, che ben può nulla chi non può punire. Cosí all’eterno sire tal fe’ voti pe’ suoi, del Sina in vetta, chi poi tanta ne scese a far vendetta.

Volgi d’intorno il guardo; e vedrai Torme de’ suoi gastighi nel tuo corpo impresse. Chi credi tu che tante in varia etade dall’estremo aquilone armi spignesse a rovinarti in si barbare forme? Non, quale al vulgo appar, la tua beltade incontro a te le pellegrine spade non allcttò, come il bel vello a Coleo trasse i legni primier; ma gli error tuoi punser, tacendo Ambrosio, i lenti buoi ad ararti per mezzo orribil solco! mentre il crudo biflfolco, de’ tuoi pianti e sospir duro al gran nembo, spargeati ’l sai sterminatore in grembo. Entro al bell’orbe di tue mura in tempio sacrata al tuo gran Padre augusta mole s’alza vittrice del millesim’anno. Ben al gran veglio alato incresce e duole; ma toccar non Tosò giammai, né Tempio barbarico furore a lei far danno, però ch’ivi a posar le membra stanno sante di lui, ch’è tuo presidio e scorta. Quivi però, se tu desii che ’l cielo mai piú d’atro ti copra infausto velo, di tue felicitá quivi è la porta; indi vedrai risorta un’aura, che le nubi oscure et adre sgombri, pur che tu ’l chiami: — O padre, o padre! — Ben se’ rozza, o canzon; ma innanzi all’ara n’andrai pur di colui, cui tesser godi piccol fregio di versi; e ’l pregherai che dell’eccelso tuo platano, ond’hai vita ed onor, gli caglia; e i dolci modi, che suonan di sue lodi, ei non sdegni, e lo stuol de’ cigni arguto, ch’a lui fa di bei carmi annuo tributo.