Italian poem
II. La salubrità dell'aria
Oh beato terreno del vago Eupili mio, ecco al fin nel tuo seno m’accogli; e del natio aere mi circondi; e il petto avido inondi! Giá nel polmon capace urta sé stesso e scende quest’etere vivace che gli egri spirti accende, e le forze rintegra, e l’animo rallegra. Però ch’austro scortese qui suoi vapor non mena: e guarda il bel paese alta di monti schiena, cui sormontar non vale borea con rigid’ale. Né qui giaccion paludi che dall’impuro letto mandino a i capi ignudi nuvol di morbi infetto: e il meriggio a’ bei colli asciuga i dorsi molli.
Péra colui che primo a le triste, oziose acque e al fetido limo la mia cittade espose; e per lucro ebbe a vile la salute civile. Certo colui del fiume di Stige ora s’impaccia tra l’orribil bitume, onde alzando la faccia bestemmia il fango e Tacque che radunar gli piacque. Mira dipinti in viso di mortali pallori entro al mal nato riso i languenti cultori; e trema, o cittadino, che a te il soffri vicino. Io de’ miei colli ameni nel bel clima innocente passerò i di sereni tra la beata gente che di fatiche onusta è vegeta e robusta. Qui con la mente sgombra, di pure linfe asterso, sotto ad una frese’ombra celebrerò col verso i villan vispi e sciolti sparsi per li ricolti; e i membri non mai stanchi dietro al crescente pane; e i baldanzosi fianchi de le ardite villane; e il bel volto giocondo fra il bruno e il rubicondo;
dicendo: — Oh fortunate genti, che in dolci tempre quest’aura respirate, rotta e purgata sempre da venti fuggitivi e da limpidi rivi! Ben larga ancor natura fu a la cittá superba di cielo e d’aria pura: ma chi i bei doni or serba fra il lusso e l’avarizia e la stolta pigrizia? Ahi! non bastò che intorno putridi stagni avesse; anzi a turbarne il giorno sotto a le mura stesse trasse gli scelerati rivi a marcir su i prati. E la comun salute sacrificossi al pasto d’ambiziose mute, che poi con crudo fasto calchili per l’ampie strade il popolo che cade. A voi il timo e il croco e la menta selvaggia l’aere per ogni loco de’ vari atomi irraggia, che con soavi e cari sensi pungoli le nari. Ma al piè de’ gran palagi lá il fimo alto fermenta; e di sali malvagi ammorba l’aria lenta, che a stagnar si rimase tra le sublimi case.
Quivi i lari plebei da le spregiate crete d’umor fracidi e rei versati fonti indiscrete, onde il vapor s’aggira, e col fiato s’inspira. Spenti animai, ridotti per le frequenti vie, de gli aliti corrotti empion l’estivo die: spettacolo deforme del cittadin su Torme! Né a pena cadde il sole che vaganti latrine con spalancate gole lustran ogni confine de la cittá, che desta beve l’aura molesta. Gridan le leggi, è vero; e Temi bieco guata: ma sol di sé pensiero ha l’inerzia privata. Stolto! e mirar non vuoi ne’ comun danni i tuoi? — Ma dove, ahi corro, e vago, lontano da le belle colline e dal bel lago e da le villanelle a cui si vivo e schietto aere ondeggiar fa il petto? Va per negletta via ognor l’util cercando la calda fantasia, che sol felice è quando l’utile unir può al vanto di lusinghevol canto.