Italian poem
II. La vita campestre
Lá su l’alto del colle, e da quel lato che piú guarda il meriggio e che del monte schermo si fa contro aquilon gelato. siede una casa con bei campi a fronte, ove, serpendo, affrettasi un ruscello puro, che cade dall’alpina fonte. E una selvetta fresca, e del piú bello verde che v’abbia, pende sul declive de la vailetta, che fa strada a quello; e dei vigneti salgon tra le vive pietre dell’erta, e miste ad essi piante di mandorle gentili e molli ulive. Poi da la parte dove il fiammeggiante sol declinando porta l’alba e il zelo dell’opre a gente ch’è da noi distante, veggonsi e paschi, e con argenteo velo estesi laghi e boschi e poggi ed erti monti a la fine e Palpi azzurre e il cielo. Dolce soggiorno, dove i cori aperti sono a la gioia e all’innocenza antica, lungi dai giochi di fortuna incerti; dolce soggiorno, dove l’aria è amica, salubre il cibo, e il vin vecchio e robusto ne la vecchiezza altrui vigor nutrica. Ivi è un signor di patrimonio angusto, se guardi al desiderio de’ mortali; ma basta il poco a lui ch’è saggio e giusto.
Giovine ancor, vide e conobbe i mali de le vaste cittadi, e poi piú fido diedero asilo a lui l’aure natali. E dieci volte sopra cinque al lido nostro tornò la vaga rondinella, cercando il loco ov’ebbe l’esca e il nido, da ch’ei qui venne; e non pertanto a quella aurora che passò lieta e felice, seguir vide un’aurora ognor piú bella; che i campi e la fruttifera pendice e l’orto e il gregge e i figli e la consorte e l’amato cultor fan che non lice pòr mai piede a la noia entro a le porte del lieto albergo, e d’ogni giorno l’ore, si lunghe al cittadin, per lui son corte. Né a lui fa d’uopo, a tener desto il core, cerco piacer con mille cure intente, o cupidigia o ambizion d’onore, che all’alma ingenua, all’incorrotta mente, la spontanea natura offre se stessa d’infiniti piacer viva sorgente. [Il ms. resta interrotto.]