Italian poem
III. Cantata per una festa da ballo del principe Chigi
Qual prodigio fia mai? quale inusato splendor di maestá? Chi tutte inonda di eterea luce e pura queste soglie felici e queste mura? Ah no, di Filemón l’umil capanna no piú questa non è. Vider gli dèi la pietá d’un mortale; e non sdegnáro d’esser ospiti suoi. Tutta giá sento la deitá presente: e l’umil tetto, del celeste favore illustre esempio, s’alza superbo e si trasforma in tempio. Ma de Lattiche fole, chiari sposi reali, aprasi ’l velo. Qui si parla di voi. Cosi s’esprime d’un mortai che per voi oggi è beato il piacer, lo stupore, il rispetto, il dover, l’animo grato. Se in voi de’ sommi dèi l’immagine risplende, in essa ancora di Dauci e Filemone il cor vi adora. Che non s’ammira in voi? Canuto senno in grazie giovanili; amor del giusto temprato di bontá; reai contegno che il sorriso accompagna; e tutti alfine, quasi celeste dono, i meriti privati e quei del trono.
La gran donna reale dalla cura del mondo alza talora in voi l’occhio sereno: e la materna gioia gode sentirsi palpitar nel seno. E fra Tarmi di Marte onde frena l’Europa, il gran germano a voi sorride e batte mano a mano. Ah se brillar dovete di tanti pregi e tanti, vivete, o sposi amanti, a la piú tarda etá. No, non s’affretti ’l volo di vite al ciel si care: abbian le Parche avare lunga di noi pietá. Ma tu di rose annoda, Amor, gli sposi intanto; e si ripari al pianto de’ piú lontani di. Serba la stirpe al mondo di si famosi eroi; e la virtú fra noi eternerai cosí.