Versos Italian Giuseppe Parini III. La impostura

Italian poem

III. La impostura

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Venerabile Impostura, io nel tempio almo a te sacro vo tenton per l’aria oscura; e al tuo santo simulacro cui gran folla urta di gente, giá mi prostro umilemente. Tu de gli uomini maestra sola sei. Oualor tu detti ne la comoda palestra i dolcissimi precetti, tu il discorso volgi amico al monarca ed al mendico. L’un per via piagato reggi; e fai si che in gridi strani sua miseria giganteggi; onde poi non culti pani a lui frutti la semenza de la debile eloquenza. Tu dell’altro a lato al trono con la Iperbole ti posi: e fra i turbini e fra il tuono de’ gran titoli fa.stosi le vergogne a lui celate de la nuda umanitate.

Giá con Numa in sul Tarpeo désti al Tebro i riti santi, onde l’augure poteo co’ suoi voli e co’ suoi canti soggiogar le altere menti domatrici de le genti. Del Macedone a te piacque fare un dio, dinanzi a cui paventando l’orbe tacque: e nell’Asia i doni tui fúr che l’arabo profeta solle varo a si gran meta. Ave, dea. Tu come il sole giri e scaldi l’universo. Te suo nume onora e cole oggi il popolo diverso: e Fortuna a te devota diede a volger la sua rota. I suoi dritti il merto cede a la tua divinitade, e virtú la sua mercede. Or, se tanta potestade hai qua giú, col tuo favore ché non fai pur me impostore? Mente pronta e ognor ferace d’opportune utili fole have il tuo degno seguace: ha pieghevoli parole; ma tenace e quasi monte incrollabile la fronte. Sopra tutto ei non oblia che si fermo il tuo colosso nel gran tempio non stana, se, qual base ognor col dosso non reggessegli il costante verosimile le piante.

Con quest’arte Cluvieno, che al bel sesso ora è il piú caro fra i seguaci di Galeno, si fa ricco e si fa chiaro; ed amar fa, tanto ei vale, a le belle egre il lor male. Ma Cluvien dal mio destino d’imitar non m’è concesso. Dell’ipocrita Crispino vo’ seguir Torme da presso. Tu mi guida, o dea cortese, per lo incognito paese. Di tua man tu il collo alquanto sul manc’omero mi premi: tu una stilla ognor di pianto da mie luci aride spremi: e mi faccia casto ombrello sopra il viso ampio cappello. Qual ha allor si intatto giglio ch’io non macchi e ch’io non sfrond da le forche e dall’esiglio sempre salvo? A me fecondi di quant’oro fien gli strilli de’ clienti e de’ pupilli! Ma qual arde amabil lume? Ah! ti veggio ancor lontano, veritá, mio solo nume, che m’accenni con la mano; e m’inviti al latte schietto ch’ognor bevvi al tuo bel petto. Deh perdona! Errai seguendo troppo il fervido pensiere. I tuoi rai del mostro orrendo scopron or le zanne fiere. Tu per sempre a lui mi togli; e me nudo nuda accogli.