Italian poem
II. L'Abigail
Ah, Davidde, che fai? Cotanti armati ove li guida il tuo furor? Qual cerchi degna di te vendetta in un sangue si vile? Odimi, aspetta. Innanzi a te, signore, peccò Nabal, mio sposo. A’ tuoi soldati negò cibo ed aita. È ver. Perdono a’ piedi tuoi ne chiedo per lo sposo e per me. Cotesta mano le cui vittorie illustri tante volte cantar l’ebree donzelle, deh trattieni, o signor; non s’avvilisca contra una moglie imbelle, contra un misero sposo, che inerme, forsennato, in mezzo al vino non si oppon, non prevede il suo destino. Placa quell’alma, oh Dio! quell’alma ardita e forte, onde, cadendo, a morte il fiero mostro andò. Questa, signor, si, questa la piú nobile gloria è degli eroi, domar gli affetti suoi. Un di fra gl’inni d’Israel trionfasti. Ognun gridava: — Mille Saulle uccise de’ nimici di Dio; ma dieci mila de’ nimici di Dio Davidde uccise. —
Or di più si dirá: — Davidde adesso ha vinto il proprio cor, vinto ha se stesso. — Ma che veggio, o signor? Ne le tue luci s’apre un lieto seren. L’ardita spada par che obliqua ti cada. Il tuo sguardo s’aggira, e tempra né guerrier la torbid’ira. Ah quel sorriso, oh Dio! è nuncio di perdono; è un bel raggio di sole che penetra le nubi e accheta il tuono. Di quel volto il bel sereno mi ravviva e mi consola. Giá si desta nel tuo seno la dolcezza e la pietá. Il mio cor palpita, e sento che sperando aleggia e vola; per te cessa il mio tormento: che perdoni il cor lo sa.