Italian poem
I. Per le nozze di Tommaso Soranzo ed Elena Contarini
Eternatrice dea di Giove figlia, ch’ai gran cantor tebano, mentre coll’arco in mano al cielo ergeva i polverosi eroi, somministrasti amica i dardi tuoi, deh volgi a me le ciglia, acciocch’io canti con si nobil vena questa bella dell’Adria inclita Elèna. Elena? e chi a costei negar può i versi, che fu segno immortale all’omerico strale? Ella per lui, che con mentite penne sé di cigno coperse, in luce venne: e ben potea vedersi agli atti, alle sembianze altere e nuove non averla prodotta altri che Giove. Ahi che incendio crudele in petto nacque dei giovinetti argivi per que’ begli occhi vivi! Ma te tanta beltá lieto sol feo,
o illustre figlio del tantaleo Atreo; se non che in grembo all’acque d’Asia ne venne un pastorei ardito, che ’l tuo nume condusse a stranio lito. Allor di Grecia mille navi armate con instancabil corso premere a Teti il dorso... Taci, Musa, che di’? forse conviene che in Europa non piú sorgano Elène? Per noi le laudi alzate d’altr’Elena vogl’io, di quell’antica e piú bella, e piú saggia, e piú pudica. Non le stridenti súbite quadrighe, né i muscolosi ed unti atleti stretto aggiunti Pindaro avria locati oltra le spere, se costei fosse giunta al suo pensiere. Ma ben chi la disbrighe da’ legami del tempo Italia or doni, e per opra di vati in ciel la poni. Né sola lei, ma in un con lei lo sposo alma vaga d’onore; che d’ogni suo maggiore con ale ad ogni impresa ardita preste in sé l’opere alberga e ognor tien deste. Entro al dolce amoroso laccio vivete pur, alme onorate, ed Adria lieta e tutt’Ausonia fate. Che ti giova, o Soranzo, onore antico di porpore e di spade certo non vili o rade, or che Imeneo colle tue glorie questa d’ogni gloria maggiore Elena innesta? Costei, né falso i’ dico, costei quel fa dell’altre glorie belle che ’l sol fa in ciel delle minute stelle.
O bella Contarmi, e a te che giova, che de’ tuoi prischi tanti vestano sacri ammanti, e tal di mitra e tale il capo adorno dell’adriaco porti illustre corno? Tanto colla sua nuova gloria Soranzo in mezzo a lor s’estolle quanto il padre Appennin sopra ogni colle. Dimmi, immortai Vinegia, e quando mai dacché i palustri e scuri, ma onorati tuguri pria dièro albergo a’ tuoi famosi duci vedesti poi due cosí vaghe luci? Certo co’ chiari rai, poiché Amor le congiunse, andranno or sole sin dove nasce e dove muore il sole. Ma non ha la poetica faretra dardo che pronto sia a far cotanta via. Ma di’, o Musa, soltanto: E quai verranno figli da lor? come famosi andranno per valor fino all’etra, e in guerra chiari e in l’onorate paci? Ma tu, in vista gentil, sorridi e taci.