Italian poem
Per l'inclita Nice
Quando novelle a chiedere Manda l’Inclita Nice Del piè, che me costrignere Suole al letto infelice, Sento repente l’intimo Petto agitarsi del bel nome al suon.
Rapido il sangue fluttua Ne le mie vene: invade Acre calor le trepide Fibre: m’arrosso: cade La voce: ed al rispondere Util pensiero in van cerco e sermon.
Ride, cred’io, partendosi Il messo. E allor soletto Tutta vegg’ io, con l’animo Pien di novo diletto, Tutta di lei la immagine Dentro a la calda fantasìa venir.
Ed ecco ed ecco sorgere Le delicate forme Sovra il bel fianco; e mobili Scender con lucid’orme, Che mal può la dovizia Dell’ondeggiante al piè veste coprir.
Ecco spiegarsi e l’omero E le braccia orgogliose, Cui di rugiada nudrono Freschi ligustri e rose, E il bruno sottilissimo Crine, che sovra lor volando va:
E quasi molle cumulo Crescer di neve alpina La man, che ne le floride Dita lieve declina, Cara de’ baci invidia, Che riverenza contener poi sa.
Ben puoi ben puoi tu rigido Di bel pudor costume, Che vano ami dell’avide Luci render l’acume, Altre involar delizie, Immenso intorno a lor volgendo vel:
Ma non celar la grazia Nè il vezzo, che circonda Il volto affatto simile A quel de la gioconda Ebe, che nobil premio Al magnanimo Alcide è data in ciel.
Nè il guardo, che dissimula Quanto in altrui prevale; E volto poi con subito Impeto i cori assale, Qual Parto sagittario, Che più certi fuggendo i colpi ottien.
Nè i labbri or dolce tumidi Or dolce in sè ristretti, A cui gelosi temono Gli Amori pargoletti Non omai tutto a suggere Doni Venere madre il suo bel sen:
I labbri, onde il sorridere Gratissimo balena, Onde l’eletto e nitido Parlar, che l’alme affrena, Cade, come di limpide Acque lungo il pendìo lene rumor;
Seco portando e i fulgidi Sensi ora lieti or gravi, E i geniali studii E i costumi soavi; Onde salir può nobile Chi ben d’ampia fortuna usa il favor.
Ahi, la vivace immagine Tanto pareggia il vero, Che, del piè leso immemore, L’opra del mio pensiero Seguir già tento; e l’aria Con la delusa man cercando vo.
Sciocco vulgo a che mormori, A che su per le infeste Dita ridendo noveri Quante volte il celeste A visitare Ariete Dopo il natal mio dì Febo tornò?
A me disse il mio Genio Allor ch’io nacqui: L’oro Non fia che te solleciti, Nè l’inane decoro De’ titoli, nè il perfido Desìo di superare altri in poter.
Ma di natura i liberi Doni ed affetti, e il grato De la beltà spettacolo Te renderan beato Te di vagare indocile Per lungo di speranze arduo sentier.
Inclita Nice. Il secolo, Che di te s’orna e splende, Arde già gli assi. L’ultimo Lustro già tocca, e scende Ad incontrar le tenebre, Onde una volta pargoletto uscì:
E già vicino ai limiti Del tempo i piedi e l’ali Provan tra lor le vergini Ore, che a noi mortali Già di guidar sospirano Del secol, che matura il primo dì.
Ei te vedrà nel nascere Fresca e leggiadra ancora Pur di recenti grazie Gareggiar con l’aurora; E di mirarti cupido De’ tuoi begli anni farà lento il vol.
Ma io, forse già polvere, Che senso altro non serba Fuor che di te, giacendomi Fra le pie zolle e l’erba, Attenderò chi dicami Vale passando, e ti sia lieve il suol.
Deh alcun, che te nell’aureo Cocchio trascorrer veggia Su la via, che fra gli alberi Suburbana verdeggia, Faccia a me intorno l’aere Modulato del tuo nome volar.
Colpito allor da brivido Religïoso il core, Fermerà il passo; e attonito Udrà del tuo cantore Le commosse reliquie Sotto la terra argute sibilar.