Italian poem
Saggi di versione da Orazio
O. Mecenate, o nobile d’antichi re progenie, dolce sostegno mio, mio sommo onor, molti vedrai fra gli uomini ch’aman di polve olimpica cospersi andar su cocchio volator.
Di neve e grandin dura assai versò sul suolo, e fulminante con destra rosseggiante Giove percosse le sacrate mura, e colmò Roma e le atterrite genti d’alti spaventi.
Qual molle giovinetto, o Pirra, or giace teco in quell’amico speco ove le fresche rose a voi son letto, e tutto odor spirante stringe il tuo seno, e vi trionfa amante?
O Agrippa, il tuo valor, le tue vittorie, Vario cantar potrá, cigno meonio, degno di celebrare quanto tu fai di grande in terra o in mare.
Vedi come il Soratte or splende candido per l’alte nevi che giá tutto il coprono. Dal grave peso vinti vedi che i boschi gemono, e son dal ghiaccio inerte i fiumi avvinti.
Quale, o Clio, de gli eroi, qual de gli dèi con tibia acuta e con soave cetra celebrare ora dèi? Qual, mentre i nostri canti empieran l’etra, l’eco ripeterá con suon giocoso nome famoso?
Lidia, qualor di Tèlefo lodi il bel collo e il ben tornito braccio, ahi che mi gonfia il fegato l’ardente bile! Allor rosso mi faccio.
Tu da novelle, o nave, onde frementi risospinta nel mare ancor n’andrai. Oh misera! che fai? Quanto puoi fortemente al porto attienti.
Mentre su navi idee pel mar fluttivago traea l’ospite Elèna il pastor perfido, frenò con ozio ingrato i venti Nèreo, e il suo destin predissegli.
Per l’ameno Lucrètile il suo Liceo sovente Fauno abbandona celere: per lui l’estate ardente le mie tenere capre non offende: da i venti e da le piogge ei le difende.
Varo mio, se giammai piantar alberi vuoi di Catilo presso le mura, o nel mite terreno di Tivoli, di piantar sol la vite abbi cura.
Beverai meco, o Mecenate amato, in mediocri tazze il tenue vino del mio poder sabino che in greco vaso io stesso ho suggellato quando de’ plausi tuoi sonò ripiena tutta l’arena.
Non ricercare, o Quinzio, ciò che il cantabro pensa ovver lo scita, ch’erra lontano, e d’Adria oltre il frapposto mar. La nostra vita di poco si contenta; folle è chi invan per lei l’alma tormenta.
Giá tante moli regie s’alzano d’ogn’intorno che al curvo aratro un giorno terreno da solcar non resterá. Piú del Lucrino estendersi vedrem gli ampi vivai; e al platano oggimai l’olmo marito il luogo cederá.
Cessa; perché trafiggermi vuoi d’un crudel tormento, o Mecenate, o splendida gioia e sostegno mio, col tuo lamento? I sommi dèi non vogliono che tu muoia primiero ed io non vo’.
Vergin, cui gli alti monti, cui le liquide fonti, e le selve son sacre ombrose e folte; triforme dea, che assisti e togli a i regni tristi quelle che a i parti invocanti tre volte.
Giá i venti, che accompagnano la primavera amabile, curvan le vele, e fan men gonfio il mar. Di brine aspri non splendono i prati, e il fiume turgido non fan le sciolte nevi alto sonar.
Perché sei tu, vii can, co i lupi timido, a gli ospiti molesto? né tue vane minacce a me si volgono, a rimorderti presto?
Andavo a sorte, come spesso io soglio, per la via Sacra, non so quali baie meco pensando, e tutto assorto in quelle. Ed ecco a me correndo se ne viene un che di nome a me noto è soltanto; e la mano mi afferra; ed: — Oh, che fai, gioia mia cara? — Non male per ora,; — io gli rispondo; — e a voi bramo qualunque cosa vi aggrada. — Ma seguendom’egli, —Volete voi nulla da me? — gli dico. E quegli a me: — Oh ci conoscerai; noi siam persona dotta. — Tanto meglio, — replico a lui; e meschino cercando pur di scapparne, ora il cammino affretto, or mi soffermo, or del ragazzo io parlo qualche cosa all’orecchio; e...